Tuareg in Una certa tonalit&ag...
utente anonimo in Una certa tonalit&ag...
Di qui sono passati *loading* naviganti o viandanti: qui la loro scia lascia un po' della materia del sogno, una sorta di polline semantico, anche di questo si vive
Les fruits du mal
Varese, ieri. Una ragazza marocchina viene picchiata sul bus da alcune studentesse, perché si rifiuta di cedere il posto: "Stronza, quello è un posto per italiani". Se non l'avessi letta su un quotidiano autorevole, avrei pensato a un'invenzione, a una rivisitazione del famoso episodio che, negli Usa, diede vita al movimento dei diritti civili contro il razzismo. Una storia riassunta dalla canzone "Strange fruit", divenuta il simbolo di quella lotta, e il cui resoconto ripropongo qui. Fu il mio primo post su questo blog, quasi sei anni fa. Nulla di più attuale, direi.
E' il 1939. Billie Holiday, allora ventiquattrenne, al Cafè Society di New York, intona per la prima volta, con la sua inconfondibile voce, Strange Fruit.
Inconfondibile e struggente voce degna della vita che ha vissuto: Eleanora Fagan Gough - questo il vero nome di Lady Day - visse una vita degna di un romanzo; suo nonno era uno dei 17 figli nati dal matrimonio tra una schiava nera e un proprietario terriero irlandese. Suo padre, un suonatore di banjo e chitarra, lasciò la madre quando Billie era ancora piccolissima. Nel '27, madre e figlia si trasferirono da Baltimora a New York, dove la giovane Eleanora cominciò ben presto a prostituirsi per la necessità di arrotondare il bilancio familiare.
L'ultima lezione di Randy Pausch
Il senso dell'amore. Dell'essere al mondo. Il senso del sogno e dell'energia. La misteriosa energia che attraversa i corpi e li anima, o li dota di anima. Questo documento è una delle cose più strepitose che abbia mai visto. Mi ha ricordato "Last fragment", l'ultima poesia di Raymond Carver.
("And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth").
Ma qui c'è qualcosa in più.
Se vi volete bene, prendetevi 10 minuti e 8 secondi, togliete i rumori di fondo nella stanza e guardatevi questo video. Con molta attenzione. Molta, mi raccomando. Se non vi volete bene abbastanza, fatelo anche due o tre volte, ma penso che già la prima possa smuovere qualcosa. Ho ritrovato una certa magia dell'infanzia, la memoria delle cose non accadute.
A Randy Pausch vorrei dire solo una cosa, dovunque ora si trovi. Grazie professore. Sono dieci minuti che uno poi ricorderà per la vita. Io questo video lo farei passare in tutte le scuole. E lei, professore, non ha vissuto invano.
Templi moderni
Il Papa finalmente ha preso posizione sui preti pedofili. Con un certo ritardo, a mio avviso, ma ogni giorno in più sarebbe stato un ulteriore macigno. Ho letto molte testimonianze delle vittime, ragazzi spesso poveri, a volte ignoranti, e attirati in un terreno favorevole da un clima torbido, dove l'affetto ha preceduto il gesto cruento.
Ma manca ancora qualcosa. Qualcosa di importante. Il Vaticano dovrebbe spiegare, per esempio, il caso più clamoroso, quello del cardinale Law, arcivescovo di Boston, costretto a dimettersi negli Usa e promosso ad arciprete di Santa Maria Maggiore a Roma, una delle quattro basiliche patriarcali.
Tre anni fa è stato addirittura designato a essere uno dei porporati che hanno celebrato il funerale di Giovanni Paolo II. Decisione condannata anche dal New York Times. In Vaticano, Law è stato accolto a braccia aperte e, oltre all'incarico di prestigio, gli è stata fornita anche una sontuosa residenza. Ma non è tutto.
Un documento "confidenziale" redatto negli anni '60 in Vaticano consigliava ai vescovi di tutto il mondo come comportarsi per "smussare" le voci, limitare i danni e coprire gli abusi sessuali commessi dai religiosi. Un vademecum anti-scandali, citao dalla Stampa di oggi e la cui autenticità è confermata dalla Chiesa cattolica di Inghilterra e Galles. Un testo le cui parole chiave erano "massima segretezza e silenzio perpetuo".
Il "mea culpa" - per interposta persona beninteso - pronunciato in Australia dal Papa è importante, ma segue le proteste dei familiari delle vittime in loco, dove sono già stati condannati 107 presuli per stupro su minorenni. E' davvero un po' poco, per un crimine commesso da chi ha una responsabilità così grande verso i ragazzi. Ma resta un passo importante, mi auguro solo il primo, di una nuova stagione. Intanto, lo dice un cristiano, è meglio che le famiglie di Roma tengano lontani i bambini da quella basilica.
Se il sale della terra perde il sapore
Si chiamava Valentina, aveva 29 anni e da oggi questo blog è dedicato anche a lei. Come una piccola città, in cui l'anonimo sindaco, ogni tanto, aggiunge una via, con un nome da ricordare. Valentina Cavalli.
I suoi l'hanno trovata impiccata l'altroieri nella soffitta di casa, a Torino, dove si era trasferita per dimenticare. Ma tutto comincia sei anni prima, a Milano, una maledetta notte in cui quando Valentina sta tornando a casa con il fidanzato. Un'incrocio sbagliato, un momento sbagliato, una Mercedes nera che taglia loro la strada. Scendono tre figli di papà, con le teste rasate, probabilmente imbottiti di coca, massacrano prima lui, poi due violentano lei, umiliandola, mentre il terzo si gode la scena. E ripartono, tranquilli della propria impunità. Poco dopo lei verrà portata in ospedale, dove resterà in stato confusionale per un giorno.
Un passante però ha preso il numero di targa e i tre vengono identificati. Giustizia, direte voi. Ma bravi. Comincia la vergogna dei processi. Udienze in cui i vermi si presentano, con i genitori, sghignazzando e sbeffeggiando la vittima. Verranno prima assolti, poi condannati in appello, ma a pene così miti da non fare mai un giorno di carcere né di domiciliari. Oltretutto nessun giornale ha ancora pubblicato i nomi e le foto di questi viscidi insetti. Intanto Valentina moriva un po' per giorno. Perché se il sale della terra perde il sapore, dice il Vangelo, con che cosa glielo restituiremo?
Studentessa di neuropsichiatria, era assistita da uno psicologo che non ce l'ha fatta a ridarle il sorriso. Si potrebbero scrivere intere pagine di vacuità, potrei raccontare della fatica che ho fatto a leggere tutta la notizia e l'intervista al padre, che dice solo: a quei giovani chiedo almeno le scuse. A dispetto della citazione evangelica, potrei raccontare dell'istinto omicida che provo sempre in questi casi. sì. Se io fossi capitato sulla scena con una spranga, li avrei massacrati con gusto, fino a ridurli in poltiglia, ben cosciente di passare molti anni in carcere, ma altrettanto cosciente di fare l'unica cosa giusta in quel momento. Ne avrei anche per quei genitori che nell'aula giudiziaria ridevano e masticavano chewing-gum con i loro pargoli, ma c'è un livello in cui la violenza superebbe ogni ragione e chiamerebbe all'infinito violenza e allora mi fermo qui, per rispetto di Valentina e dei suoi cari.
In attesa che i giornali, dai qualicon vergogna prendo anch'io lo stipendio, facciano il loro dovere, a questo angelo caduto mando un anonimo abbraccio, che la accompagni assieme a milioni di altri nel viaggio verso la Luce e la Pace. Che il Buon Dio ti accolga, Valentina, e che ci illumini, affinche possiamo sempre discernere e saperci fermare un attimo prima del disastro. Custodisci le vite di quelle come te, o che potrebbero diventarlo, e insegnaci, se puoi, a governare la nostra follia.
POSTILLA IMPORTANTE
Quando ho scritto il post avevo letto la notizia sui giornali, come tutti. Ieri ho avuto brevemente accesso alle carte processuali, che aveva in prestito un collega, e me le sono lette, ma non darò particolari, per rispetto di Valentina e della famiglia. Un solo elemento però, proprio nel rispetto dei suoi cari e di lei devo citarlo. Secondo le carte stesse Valentina non avrebbe subito violenza sessuale. Una mostruosa aggressione fisica, sì, delle molestie, ma per fortuna e per nostro conforto la dinamica da arancia meccanica raccontata dai giornali va sminuita. Questo mi solleva, ma non toglie molto al suo dolore, che le stesse carte raccontano come “protratto negli anni” e di fatto insanabile. I giudici parlano di uno stato psicologico di grande choc e angoscia, l’aggressione è stata davvero cruenta e vergognosa. Voglio evitare qualunque rischio di curiosità e di gossip sulla sofferenza altrui, ma il particolare andava citato per completezza. Taccio sul resto perché ora, per quanto mi riguarda, nei suoi confronti sento solo il dovere del silenzio e della preghiera.
Pedofili con le stellette
In occasione della Giornata Internazionale in sostegno alle vittime di tortura, che verrà celebrata domani in tutto il mondo, Terre des hommes (TDH) Italia vuole puntare i riflettori sulle migliaia di casi di tortura e maltrattamento tra la popolazione civile colombiana, come documenta un rapporto elaborato dalla Coalición Colombiana contra la Tortura, di cui TDH Italia fa parte, che verrà presentato il prossimo 3 luglio nella Biblioteca Nazionale di Bogotá.
"Il 7 giugno 2007, nel territorio del municipio di Toribío (regione del Cauca), due bambine indigene di 12 e 14 anni sono state vittime di violenza sessuale perpetrata da membri dell'esercito nazionale. Le bambine si stavano recando insieme a scuola: i militari le hanno obbligate a lasciare il sentiero che stavano percorrendo e le hanno minacciate di morte se non si svestivano. Alla fine della violenza le bambine sono riuscite a correre via e a raggiungere la scuola".
E' una delle tante storie contenute nel rapporto che racconta di casi di tortura perpetrata ai danni di donne, bambini, ma anche contadini, prigionieri e di gruppi etnici marginalizzati come gli afrocolombiani. I torturatori sono generalmente i gruppi armati: soldati dell'esercito regolare, paramilitari ed esponenti della guerriglia. Il Rapporto evidenzia come la tortura, fisica e psicologica sia una pratica sistematica e generalizzata e che lo Stato Colombiano, nonostante i tanti appelli delle istituzioni internazionali e dell'Alto Commissariato per i Diritti Umani, non sia riuscito ad arrestare un fenomeno così esecrabile, soprattutto per quel che riguarda gli atti di tortura perpetrati da suoi esponenti, e non abbia ancora ratificato il Protocollo facoltativo della Convenzione ONU contro la tortura.
Terre des hommes Italia, assieme alla Coalición, chiede che siano assicurati alla giustizia tutti coloro che si sono resi colpevoli di torture contro la popolazione civile e che si applichi il diritto umanitario a tutte le vittime. Dal 2002 TDH Italia ha aperto nella capitale colombiana un "Centro de Apoyo psicosocial a victimas de tortura", unica struttura nel suo genere esistente nel Paese. Il centro accoglie da tutte le zone più esposte al conflitto in corso bambini, donne, uomini e a volte intere famiglie, che hanno subìto torture psicologiche o fisiche.
Dalla sua nascita ad oggi il centro ha assistito quasi 4.000 persone. Dal 26 giugno al 3 luglio prossimo, TDH Italia pubblicherà nel suo blog (www.terredeshomes.it/blog) alcuni dei casi raccolti nel rapporto. Terre des hommes (TDH) Italia onlus è una organizzazione non governativa che si occupa di aiuto diretto all'infanzia in difficoltà nei Paesi in via di sviluppo, senza discriminazioni di ordine politico, etnico o religioso.
Nata nel 1989 e diventata fondazione nel 1994, TDH Italia oggi è presente in 21 paesi di tre continenti con 74 progetti di aiuto umanitario d'emergenza e di cooperazione internazionale allo sviluppo, con programmi in settori quali salute di base e protezione materno-infantile, educazione di base, formazione professionale, protezione dei bambini di strada ed in conflitto con la legge, promozione e sviluppo di attività generatrici di reddito e di sviluppo delle risorse naturali.
TDH Italia fa parte dell'International Federation of Terre des hommes (IFTDH), lavora in partnership con ECHO ed è accreditata presso l'Unione Europea e l'ONU. Per ulteriori informazioni consultare il sito www.terredeshommes.it).
Farisei
Anni fa un ragazzo che conosco stava morendo di cancro e chiese di sposarsi con la compagna, con cui conviveva da tempo. Arrivò il prete e il matrimonio fu celebrato. Sento spesso con piacere storie di anziani che decidono il matrimonio, a volte anche dopo i 70-80 anni. In entrambi i casi, è naturalmente impossibile l'ipotesi della procreazione per la coppia. Bene.
A Viterbo un giovane paraplegico e la fidanzata si sono visti negare il matrimonio in chiesa dal vescovo, Lorenzo Chiarinelli, per «impotenza copulativa»: un'incapacità a procreare causata da gravi lesioni riportate in un incidente stradale avvenuto circa due mesi fa. Il matrimonio è stato così celebrato in Comune, e accanto agli sposi c'era anche il parroco della chiesa in cui i due si sarebbero dovuti sposare con il rito religioso.
In materia di fede, dopo avere incontrato certi missionari e certi porporati, ho avuto modo di chiarirmi sempre di più le idee sui devastanti effetti del mix tra potere, ignoranza e assenza di ideali, o quantomeno di buonsenso. Se tornasse oggi sulla Terra, credo che Cristo avrebbe il suo bel da fare con i nuovi farisei. Forse ben più che allora.
Ecco chi organizza le Olimpiadi
(testo di Anais Ginori - da Repubblica)
Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".
Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.
A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".
I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.
Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.
Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.
Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".
I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".
Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".
Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".
La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.
"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".
Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.
Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".
Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue".
Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.
Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.
"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".
Cinafili
Improvvisamente nessuno più osa dire una parola contro i nuovi padroni del mondo. I proprietari delle banche mondiali, i colossi dell'economia e dello sfruttamento dell'uomo. I finanziatori del regime di Khartoum che ha messo in ginocchio la popolazione del Darfur, gli amici dell'Iran e di Putin. I massacratori di un milione di tibetani, oggi dei monaci. Tutti in ginocchio, pronti a mettersi in poltrona per guardarsi le Olimpiadi, con popcorn e birretta. Si accomodino, per quanto mi riguarda, ci sarà sempre un libro, un amico, il mio amore o una sera d'estate, al posto di tanto pattume.
Liberatela
Ingrid Bétancourt sta morendo di epatite B. Lo raccontano alcuni ostaggi delle Farc liberati l'altro ieri. La sua storia, con la lettera inviata dopo 6 anni di prigionia nella giungla colombiana, l'ho raccontata in un post poco sotto. Non so se Ugo Chavez o John Rambo Sarkozy possano fare qualcosa, ma ci provino e chi può si muova. Lo aspettano i suoi figli e suo marito, ma anche tutti coloro che hanno a cuore un minimo di diritto.
Caos Calvo

Questa volta derubo io la Gazza, ma l'occasione è ghiotta. Da qualche tempo passa in tv uno spot in cui il vecchio Ronaldo racconta che gli sono ricresciuti i capelli con la crescina. Prodotto svizzero che magari rinforzerà anche il bulbo, come no?. ma lo sanno tutti che i capelli non ricrescono. E soprattutto che Ronnie non è mai stato calvo. Si radeva semplicemente a zero, magari per l'aerodinamica, e se adesso ha una zazzera di riccioli neri, buon per lui, ma almeno non ci racconti balle. Più che segnalarla al giurì per pubblicità ingannevole, mi limiterei a suggerire ai creduloni di mettere la sveglia. va bene che è tutto finto, ma ormai siamo al fantasy.
Ma anche
La lista nera di professori universitari ebrei, come ai tempi del nazifascismo. Comparsa su un blog di estrema destra e subito oscurata, accende solo l'ultimo campanello di allarme, fuori tempo massimo, di un fatto accertato. Il cancro dell'antisemitismo, figlio dello sdoganamento del fascismo e delle sue posizioni surreali. Ma quel che più incuriosisce, nello scenario futuro, è la schizofrenia della coalizione che si prepara a governare l'Italia.
Da un lato, infatti, c'è chi ha definto il fascismo "un male assoluto" e comunque chi si dichiara grande amico di Israele. Dall'altra forze nostalgiche di Mussolini e del Terzo Reich, che si richiamano alle croce celtiche e al saluto romano, che negano le camere a gas, che impregnano di odio razziale il loro programma, al punto da istigare un sacco di ragazzini in camicia nera a tatuare svastiche o, nel migliore dei casi, a disegnarle a spray. Forze che verranno comunque raccattate, nel listone o al suo fianco, per fare numero. Insomma, una coalizione filoisraeliana, ma anche contro gli ebrei. Roba da Crozza Italia.
In questo senso ammiro una volta di più Walter Veltroni, l'unico politico illuminato del momento in Italia, per avere avuto il coraggio di andare da solo. Un programma chiaro, senza appendici alla Mastella, Dini, i peggiori trasformisti, o Diliberto, il confuso, che pongano continui diritti di veto, per poi contrattarne il ritiro, in cambio di privilegi. Basta. meglio partire sfavoriti, meglio perdere al limite, ma con dignità e senza più pasticci. Non ho grandi speranze da un paese narcotizzato, che ha perso il passo con l'Europa civile, quella che spera, progetta, corre. Però è un bel gesto, bravo Veltroni. Qualcuno deve pur cominciare la semina.
Campania elettorale


Ecco, ero solo un po' indeciso sul titolo. Pensavo anche a un Totò e la mala(femmina), ma non ho trovato la foto del vassoio di cannoli siciliani, la festa dopo la condanna.
Una frase però, rimarrà negli annali. la citazione a sproposito di Fedro: "Gli umili soffrono, quando i potenti si combattono". detta da uno che cambia per la terza volta casacca e torna a governare con la nuova maggioranza di turno. Una frase che fa il paro con quella della moglie: "Ci attaccano perché siamo cristiani". Pronunciata, guarda caso, il giorno dopo che al Papa è stato (ingiustamente) impedito di parlare alla Sapienza.
Del resto, le Scritture lo avevano preconizzato: "Verranno falsi profeti e falsi messia, i quali faranno segni miracolosi per cercare di ingannare, se fosse possibile, anche quelli che Dio si è scelto. Io vi ho avvisati. (Matteo 24:24-25)".
A proposito, anche Totò il siculo ha annunciato alle telecamere di aver passato la mattina in preghiera, in attesa della sentenza. Di fede parlava spesso anche Provenzano, se non ricordo male. E io che ero rimasto alle storie dei miei amici missionari, o a qualche prete coraggio nei quartieri di periferia, preso a botte, magari, ma sempre con il Vangelo nell'anima.
Sul resto del trash, in questi giorni di autentico pattume, mediatico e non solo, le parole sono inutili. Lo show è naturalmente cominciato nel circo giusto, Porta a Porta, adesso mettetevi pure comodi. La fila dei maggiordomi arriva già all'orizzonte.
E lo spettacolo, se avete del fegato, è solo all'inizio.
Come nascono i fiori
(L'uomo dell'ano)
Che da un pezzo l'informazione abbia superato il cabaret, in fondo lo si sapeva. Ormai si guarda il TG4 come un tempo si leggeva "Cuore" o "Il Male". Per puro spasso. Ma se uno dei più autorevoli periodici del mondo sceglie Putin come uomo dell'anno, vuol dire che il processo è a dir poco irreversibile. Vero, c'erano stati due illustri precedenti, Hitler nel 1938 e Stalin nel '40. E probabilmente per un puro miracolo, anni dopo, non ce l'avranno fatta fenomeni del calibro di Pol Pot e Pinochet.
C'è da supporre che nei giorni scorsi la vittoria dell'eroe sia arrivata sul filo di lana contro i leader cinesi e il giovale re dei birmani. Consentite solo una piega nel sorriso per chi, come me, aveva creduto che il giornalismo fosse una meravigliosa professione. in grado di far interagire il mondo interiore con quello delle relazioni, la coscienza con gli eventi, in grado addirittura di denunciare gli orrori e smuovere le buone energie. Un quadro naif, rimasto in qualche cantina della tarda adolescenza.
Eppure, proprio adesso penso ad Anna Politovskaya, uccisa a Mosca, dopo le sue denunce contro le violazioni dei diritti umani da parte di Putin, oggi tutto teso a preparare nuovi missili nucleari, e del suo fantoccio ceceno, Kadyrov. L'uomo che, oltre alla piscina, al bagno turco e all'alcova, ha una camera di tortura personale nel suo lussuoso palazzo di Grozny, circondato dalle macerie. E mi vengono in mente quattro sane parole che cantava De André.
Dai diamanti non nasce niente, dalla merda nascono i fiori.
Buon Natale a tutti.
Come diceva Camus
(Lettera dalla prigione a cielo aperto)
Ho pensato spesso a lei in questi giorni, dopo quel video. In bici, a casa, quando mettevo i piedi nudi sotto il piumino, la notte.
Questo ragazzo si chiama Lorenzo e sua madre è stata rapita quasi 70 mesi fa, il 23 febbraio 2002. Ma è viva. Da 5 anni e 10 mesi trascorre le sue giornate all'aperto, legata a una catena, da qualche parte nella selva, prigioniera delle Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, i khmer rossi locali insomma, che l'hanno sequestrata poco prima che partecipasse, come candidata, alle elezioni presidenziali del Paese. Ingrid Betancourt, 46 anni, aveva fondato un partito di centro sinistra, con un paio di priorità nel programma: la lotta alla corruzione e quella al narcotraffico. Come mai, direte voi, un movimento marxista rapisce una candidata di centro sinistra? Perché le Farc sono marxiste come la Cina, i dittatori birmani e la Russia con i ceceni. La politica è una facciata per il popolino, di cui se ne battono in allegria. Nella fattispecie, loro vivono di cocaina e dei ricchi proventi estorti ai coltivatori. Criminali puri, con una bandiera qualsiasi. E con il solo obiettivo del controlllo del territorio.
Questo per ricordare anche che quando tirate una riga col naso, a Milano, finanziate questa feccia. Ricordatevene, la prossima volta che arrotolate un biglietto del bus su uno specchio. Lorenzo ieri ha lanciato l'ennesimo appello alla radio per la liberazione della madre. La certezza che fosse ancora viva era infatti arrivata il 17 maggio di quest'anno, quando un ostaggio sfuggito alle Farc aveva rivelato la notizia. Lo scorso 17 novembre, tre miliziani arrestati avevano con sé un video che riprende la Betancourt nella selva e una lettera alla madre (che pubblico qui sotto, integrale). Ho visto il video, lo trovate ovunque sul web ormai, e ho letto la lettera. Dodici pagine. Un concentrato di solitudine e di dolore. Una lettera bellissima, in cui Ingrid parla anche dei figli. Qualche frase: "Perdo i capelli, qui si vive come morti... Ho chiesto un dizionario enciclopedico per imparare qualcosa. ma la risposta a qualunque domanda è sempre e comunque no. Amo la Francia di tutto cuore, perché ammiro la capacità di mobilitazione di un popolo che, come diceva Camus, sa che vivere significa impegnarsi".
Impegnarsi, capito?
Ecco la lettera di Ingrid Bétancourt dalla selva, dopo quasi 6 anni.
E' molto lunga, ma non sarà tempo perso:
"E' un momento molto difficile per me. Chiedono le prove che sono viva e ti apro l' animo in questo scritto. Fisicamente sto male. Non mangio, non ho fame, mi cadono molti capelli. Non ho voglia di niente. Credo che sia la cosa migliore che possa capitare, non aver voglia di niente, perché qui, in questa giungla, l' unica risposta a qualunque richiesta è «no». Dunque, è meglio non avere voglia di nulla ed essere almeno libera dai desideri.
Sono ormai 3 anni che chiedo un dizionario enciclopedico per poter leggere qualcosa, per imparare qualcosa, per mantenere viva la curiosità intellettuale. Continuo a sperare che, almeno per compassione, me ne procurino uno, ma è meglio non pensarci. Ogni cosa è un miracolo, anche ascoltarti ogni mattina, dato che la radio che ho è vecchia e mal funzionante. Voglio chiederti, mamma cara, di dire ai ragazzi di mandarmi tre messaggi alla settimana. Niente di speciale, se questo è anche il loro desiderio e se avranno voglia di farlo. Non ho bisogno d' altro se non di essere in contatto con loro. è la sola informazione vitale, essenziale, indispensabile, il resto non mi interessa più. Come ti dicevo, la vita qui non è vita, è un lugubre spreco di tempo. Vivo, o meglio, sopravvivo in un' amaca tesa tra due pioli, ricoperta da una zanzariera e con sopra una tenda che funge da tetto e che mi consente di pensare di avere una casa. Possiedo una mensola dove appoggio le mie cose, vale a dire lo zaino che contiene i miei abiti e la Bibbia, che rappresenta il mio unico lusso. è tutto pronto per una partenza improvvisa. Qui nulla è certo, nulla è duraturo, l' incertezza e la precarietà sono la sola costante. In ogni momento possono dare l' ordine di prepararsi a partire, e ciascuno deve dormire in una buca qualsiasi, sdraiato non importa dove, come un animale. Ho le mani sudate e la mente annebbiata, finisco per fare le cose molto più lentamente del normale. Le marce sono per me un calvario perché il mio equipaggiamento è molto pesante e non riesco a sostenerlo. Ma tutto è stressante, perdo le cose o me le sottraggono, come i jeans che Mélanie (è la figlia, ndr.) mi aveva regalato a Natale e che avevo addosso quando mi hanno preso. L' unica cosa che sono riuscita a conservare è la giacca e questa è stata davvero una benedizione, poiché le notti sono gelide e non ho altro per coprirmi. Prima, approfittavo di ogni occasione per fare un bagno nel fiume. Dato che sono la sola donna del gruppo, lo devo fare quasi completamente vestita: pantaloncini, camicia e stivali. Prima mi piaceva nuotare nel fiume, ma adesso non ne ho più neppure la forza. Sono debole, sembro un gatto davanti all' acqua. Io che amavo tanto l' acqua, non mi riconosco più. Ma da quando hanno separato i gruppi, non ho più avuto né l' interesse né l' energia di fare nulla. Faccio soltanto qualche esercizio di stiramento, dato che lo stress mi blocca il collo, che mi fa molto male. Grazie a questi esercizi, riesco a muoverlo un po' . Preferisco restare in silenzio, parlo il meno possibile per evitare problemi. La presenza di una donna in mezzo a tanti prigionieri maschi che si trovano in questa situazione da otto o dieci anni, è un problema. Durante le ispezioni, ci sottraggono le cose che ci sono più care. Una tua lettera, mi è stata sottratta dopo l' ultima prova di sopravvivenza, nel 2003. I disegni di Anastasia e di Stanislas (nipoti di Ingrid, ndr.), le fotografie di Mélanie e Lorenzo (i due figli, ndr.), una medaglietta di mio padre, un programma di governo in 190 punti, mi hanno preso tutto. Ogni giorno perdo qualcosa di me stessa. Certi particolari ti sono stati raccontati da Pinchao (soldato prigioniero delle Farc fuggito quest' estate, ndr.) . Tutto è difficile. è importante che io dedichi queste righe alle persone che rappresentano il mio ossigeno, la mia vita. A quelli che mi tengono viva, che non mi lasciano affondare nell' oblio, nel nulla e nella disperazione. Tu, i miei figli, Astrid (la sorella, ndr.) e i bambini, Fab (l' ex marito Fabrice Delloye, ndr.), Tata Nancy e Janqui (Juan Carlos Lecompte, suo marito, ndr). Ogni giorno, sono in contatto con Dio, con Gesù e con la Vergine. Qui tutto ha due volti, la gioia segue ogni volta il dolore. La gioia è triste. L' amore cura e allo stesso tempo apre nuove ferite, è come vivere e morire di nuovo ogni volta. Nel corso degli anni non ho potuto pensare ai ragazzi e il dolore per la morte di papà ha assorbito tutta la mia capacità di resistenza. Piangevo pensando a loro, mi sentivo soffocare, incapace di respirare. Dentro di me, dicevo: « «Fab è là, vede tutto, non è necessario preoccuparsene e nemmeno pensarci». Sono quasi impazzita a causa della morte di mio padre. Non ho mai saputo come sia accaduto, chi c' era, se mi ha lasciato un messaggio, una lettera, una benedizione. Ma ciò che ha dato sollievo al mio tormento è stato il pensiero che egli è morto nella fede in Dio e che lo ritroverò lassù e lo prenderò tra le braccia. Sono certa di questo. Ascoltarti è stata la mia forza. Tengo a mente l' età di ciascuno dei miei figli. Ad ogni compleanno canto loro Happy Birthday. Chiedo ogni anno di poter preparare un dolce. Ma da tre anni a questa parte, ogni volta che lo chiedo, la risposta è «no». è lo stesso: che mi diano un biscotto o un piatto di riso e fagioli, come succede di solito, immagino che sia una torta e, nel mio cuore, festeggio il loro compleanno. Alla mia Melelinga <Mélanie, mio sole di primavera, mia principessa della costellazione del cigno, a lei che amo tanto, desidero dire che sono la madre più orgogliosa di questa terra. E se dovessi morire oggi stesso, me ne andrei soddisfatta della vita, ringraziando Dio per i miei figli. Mélanie, ti ho sempre detto che sei la migliore, molto migliore di me, una specie di versione perfezionata di ciò che io avrei voluto essere. è per questo, con l' esperienza che ho accumulato nella vita e nella prospettiva che mi offre il mondo visto a distanza, che ti chiedo, amore mio, di prepararti per raggiungere le mete più alte. Al mio Lorenzo, al mio Loli Pop, il mio angelo della luce, il mio re dagli occhi azzurri, il mio musicista che canta e mi incanta, al signore del mio cuore, voglio dire che dal giorno in cui è nato e fino ad oggi è stato la fonte delle mie gioie. L' altro giorno, ho ritagliato una fotografia da un giornale arrivato per caso. è una pubblicità di un profumo di Carolina Herrera «212 Sexy men». Si vede un uomo giovane e mi sono detta: il mio Lorenzo deve essere così. E l' ho conservato. Mamita (mammina), ci sono tante persone che voglio ringraziare per il fatto di ricordarsi di noi, per non averci abbandonato. Per un lungo periodo, siamo stati come i lebbrosi che rovinano la festa. Noi, i sequestrati, non siamo un tema «politicamente corretto», suona meglio dire che bisogna affrontare con fermezza la guerriglia, anche se dovesse costare il sacrificio di vite umane. Di fronte a ciò, il silenzio. Solo il tempo può aprire le coscienze ed elevare gli spiriti. Io penso alla grandezza degli Stati Uniti, per esempio. Questa grandezza non è il frutto della ricchezza di territori, di materie prime, etc., ma piuttosto il frutto della grandezza d' animo dei leader che hanno plasmato la nazione. Quando Lincoln ha difeso il diritto alla vita e alla libertà degli schiavi neri in America, egli ha anche affrontato molti interessi economici e politici considerati superiori alla vita e alla libertà di un pugno di neri. Ma Lincoln ha vinto e resta impresso nell' immaginario collettivo della nazione la priorità della vita dell' essere umano sopra qualunque interesse di altra natura. In Colombia, dobbiamo ancora riflettere sulla nostra origine, su ciò che siamo e su dove vogliamo andare. Per quanto mi riguarda, ciò a cui aspiro è che un giorno possiamo provare la sete di grandezza che fece elevare dal nulla i popoli per raggiungere il sole. Mamita, ahimè, vengono a prendere le lettere. Non ho potuto scrivere tutto ciò che avrei voluto. A Piedad e a Chavez, tutto, tutto il mio affetto e la mia ammirazione. Le nostre vite sono lì, nel loro cuore, che so essere grande e generoso. Il mio cuore appartiene anche alla Francia. Quando la notte calava più buia, la Francia è stata il faro. Quando chiedere la nostra libertà era una iniziativa mal vista, la Francia non si è tirata indietro. Quando hanno accusato le nostre famiglie di nuocere alla Colombia, la Francia le ha sostenute e consolate. Non potrei credere che un giorno riuscirò ad abbandonare questo luogo se non conoscessi la storia della Francia e quella del suo popolo. Ho chiesto a Dio che mi conceda la stessa forza che ha avuto la Francia nel fronteggiare le difficoltà, per sentirmi più degna di essere annoverata tra i suoi figli. Amo la Francia con tutto il cuore, tutto il mio essere cerca di nutrirsi delle qualità del suo carattere nazionale, un Paese che cerca sempre di farsi guidare dai principi e non dagli interessi. Amo la Francia di tutto cuore, giacché ammiro la capacità di mobilitarsi di un popolo che, come diceva Camus, sa che vivere significa impegnarsi. Tutti questi anni sono stati terribili ma non credo che sarei ancora viva senza l' impegno che è stato offerto a tutti noi, qui, che viviamo come dei morti. Per molti anni ho pensato che, finché fossi stata viva, finché avessi continuato a respirare, avrei dovuto continuare a coltivare la speranza. Oggi non ho più le stesse forze, mi riesce estremamente difficile continuare a crederlo, ma vorrei che sapessero che ciò che fanno per noi, fa la differenza. Ci siamo sentiti esseri umani. Mamita, avrei altre cose da dirti. è ormai parecchio tempo che non ho notizie di Clara e del suo bambino (Clara Rojas, la sua assistente sequestrata con lei, ndr). Bene, Mamita, che Dio ci aiuti, ci guidi, ci dia la pazienza e ci protegga per sempre e addio».
La tentazione dell'eremo
Al rom che ha investito, ubriaco, quattro ragazzini, uccidendoli, un agente pubblicitario dai capelli lunghi ha offerto 40mila euro, perché faccia da testimonial a una linea di abbigliamento. In seconda battuta, scriverà un'autobiografia.
Un libro l'hanno scritto anche Corona e la Franzoni, dopo le vicissitudini giudiziarie. E a Fiorani, l'uomo coinvolto nello scandalo della Popolare di Lodi, hanno offerto un programma tv sulla tutela dei consumatori. Moggi collabora con un quotidiano e scrive libri, tanto per cambiare. Abbiamo scampato le gemelle K, agganciate dal solito paparazzo, che però ha reclutato Lumumba per un film. A Lumumba peraltro non è andata male: uscito dal carcere, si è trovato a casa un assegno di 40mila euro, dai tabloid inglesi, per un intervista in esclusiva. 
Infine Azouz, il povero tunisino che ha perso la famiglia nella strage di Erba: chiamato da Lele Mora e dal solito paparazzo per entrare nel jet set e sfilare per qualche collezione. Non si sa ancora se lo vedremo al Billionaire come intrattenimento. Come dire: cercate lavoro? Andate sotto una telecamera.
L'eremo, sì. In un tempo così idiota, e in certi giorni, non vedo tentazione più arrapante.
Cose che voi umani

... e ho visto più di un gazebo fuori dalle chiese, in attesa dei fedeli, da invitare alla firma contro il governo. Ho visto un gazebo con accanto i giochi gonfiabili per i bambini, in attesa delle famiglie a spasso il sabato pomeriggio. Ma questa, nella foto, me l'ero persa, sì. Che sia una dei prossimi ministri, magari alla Cultura?
Senza rivali
"È morto un prete a Catania, che si chiamava padre Greco. Non è una notizia importante e fuori dal suo quartiere non l'ha saputo nessuno. Eppure, in giovinezza, era stato un uomo importante: uscito dal seminario (il migliore allievo) era “un giovane promettente” ed era rapidamente diventato coadiutore del vescovo. Io di carriere dei preti non me ne intendo ma dev'essere qualcosa del tipo segretario della Fgci, e poi segretario di federazione, comitato centrale, onorevole e infine, se tutto va bene, ministro. Comunque lui dopo un anno si ribellò. Che cazzo - disse a se stesso - io sono un prete. E il prete non sta in ufficio, sta fra la gente.
Così, fece domanda per un posto di parroco nel quartiere più miserabile di Catania, al Pigno. Lo accontentarono rapidamente: non c'erano rivali. Lasciò il palazzo del vescovo, e andò a vivere lì: benedicendo, consigliando, aiutando, difendendo la gente – un prete. Questo per quarant'anni. Poi è morto. Il vescovo ha mandato le condoglianze, sul giornale locale è uscito un trafiletto. La gente del Pigno ha pianto. Tutto qui".
(Riccardo Orioles)
Buon viaggio, maestro

Cose turche
Tutto comincia quindici giorni fa, quando il Congresso Usa, a maggioranza democratica, vota il riconoscimento del genocidio armeno, da parte della Turchia. Ankara non aspettava altro per invadere il nord Iraq, a caccia delle basi del Pkk, Una replica, il revival del safari al curdo, che unisce l'utile al dilettevole. Segnalo a proposito e a tutti gli interessati una straordinaria pellicola presentata due anni fa al Milano film festival:
"Primavera in Kurdistan", di Stefano Savona, prodotto da Minimum Fax media. Un documento unico.
Nella fattispecie, devo dire che questa volta gli Usa hanno tenuto un atteggiamento esemplare, inimicandosi un prezioso alleato, per tenere fede a una questione etica più alta. Proprio come accaduto pochi giorni prima, quando prima un'importante istituzione poi lo stesso Bush hanno ricevuto il Dalai Lama, fottendosene alla grande dei cinesi. Che difatti di lì a poco hanno minacciato gravi conseguenze (a proposito, per quel che mi riguarda, le prossime Olimpiadi non esistono).
Tornando alla Turchia, le violenze contro i curdi, spesso con torture inenarrabili ai danni dei civili,
dovrebbero indurci a chiederci se quel Paese possa entrare davvero in Europa. All'inizio mi pareva quantomeno un escamotage per elevare lo standard dei diritti umani, a favore proprio dei curdi. Lo dice uno che a Istanbul ha ascoltato molte testimonianze di ragazze violentate in carcere per ritorsione, o per spregio, in quanto curde. Donne che ballano attorno al fuoco, ogni 21 marzo, per il Newroz, la festa proibita, il capodanno curdo. Donne che in piazza Galatasaray mostrano le foto dei loro padri o figli prelevati dalla polizia politica e mai più rivisti.
Oggi ammetto di aver cambiato idea. Il nazionalismo e i lupi grigi guadagnano terreno, come del resto l'ultradestra in Europa. La questione somiglia sempre più a quella birmana. C'è un popolo che soccombe, e tutto il resto del pianeta cui la faccenda interessa meno di niente. Ci sveglieremo prima del Quarto Reich?
(Merci a Jean Marie Plume pour la dernière merveilleuse photo)
Affari (&) generali
Le organizzazioni per i diritti umani chiedono all'Onu di imporre un embargo sulle armi alla Birmania e alle imprese che fanno affari con Rangoon di premere sulla giunta militare. Amnesty International ha sollecitato al Consiglio di sicurezza di imporre un blocco totale delLa vendita delle armi al regime di Myanmar. La Cina è il primo fornitore di armi alla ex Birmania, seguita dall'India, dalla Serbia, dalla Russia e dall'Ucraina.
Sono 355 le aziende italiane che intrattengono rapporti commerciali (import-export) con l'ex Birmania. L'elenco delle imprese e' stato reso noto dalla Cisl, il cui segretario Raffaele Bonanni puntualizza: ''Le imprese italiane non possono macchiarsi le mani di sangue rispetto ad un mantenimento di relazioni con l'odierna giunta militare''. A queste aziende la Cisl ha chiesto di interrompere il commercio con il Paese.
Tra le italiane, nell'elenco figurano Oviesse, Auchan, Bulgari, Arean Italia, Fincantieri-Cantieri Navali Italiani, Bailo, Gruppo Pam, Ferrai F.lli Lunelli,San Patrignano societa' cooperativa sociale tecnica, Vegas Sopa, Diesel, Tacchini Group, Bellotti, Van Cleef e Arpels Logistic, Asics Italia, Italtessile, Conte of Florence, Metro Servizi Logistici, Daniele Officine meccaniche e Avio Difesa Spazio.
La prima risposta viene da Oviesse (Gruppo Coin), che ieri ha sospeso il ricorso a forniture provenienti dalla Birmania ''finché non sarà ripristinato il rispetto dei diritti civili. Abbiamo assunto la decisione - sottolinea l'amministratore delegato Stefano Beraldo - perché condividiamo la richiesta che sale dalla società civile di dare un segnale".
Notizie in greve
Cadaveri cremati e monaci gettati in mare. Arrestati 6mila oppositori, di cui 2mila monaci e 100 suore. Aperti 4 centri di detenzione e tortura. PeaceReporter, sito sempre informato e a dir poco preciso, resta uno degli ultimi ad aggiornare davvero le diapositive dell'orrore dalla Birmania. La situazione precipita, l'inviato dell'Onu sta incontrando un po' tutti, ma l'impressione è che siamo alle soglie di una guerra civile di stampo cileno. Centri di detenzione e tortura, capito? Desaparecidos. Non dimentichiamoli. Continuiamo a tenere alta l'attenzione, ognuno come può.
Nella foto PeaceReporter: un monaco birmano, ieri
"Amnesy" International
(La solitudine del popolo e l'autismo di gruppo)

Mi vergogno. Mi vergogno per loro. Quattro giorni fa, nel post sotto, avevo teorizzato che la repressione in Birmania sarebbe stata questione di poco. Se l'ha previsto un pirla come me, all'Onu cosa avranno fatto, nel frattempo? Nel momento in cui scrivo, ci sono già 800 monaci arrestati, dopo le perquisizioni notturne nei monasteri, un numero imprecisato di morti e addirittura due reporter stranieri, un fotografo giapponese e un giornalista tedesco, morti sul campo. Mentre all'Onu fanno zapping, la Cina impone il suo tradizionale veto sui diritti umani, gli Usa invitano alla calma e gli altri, sostanzialmente tacciono. Condannando un popolo alla condizione apparentemente più impossibile per una collettività, la solitudine. Come dire: l'autismo di gruppo nel palazzo di vetro determina l'isolamento di una comunità intera a Rangoon.
Ogni buddhista sa bene che a un'azione corrisponde una reazione. Eccone l'esempio più macroscopico. Ora, chi può faccia qualcosa, nel suo piccolo. Non lasciamo solo questo popolo coraggioso, che continua a scendere in piazza nonostante il carcere, le torture, la morte. Il premio Nobel Aung San Suu Kii, che dovrebbe governare il Paese, è stata ricondotta in carcere, nemmeno si sa dove. E' l'ennesimo avallo tacito di una dittatura da parte di Paesi che non sono interessati a compromettere i propri affari con i colossi amici. E' successo in Sudan, succede in Cecenia, succederà ancora e altrove. Soprattutto se continueremo a fare zapping anche noi.
Chi c'è dietro il terrore? Ecco un pezzo illuminante, dal Corsera.
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Purple rain
E' uscita sulla soglia della casa in cui è reclusa da 12 anni e ha salutato i monaci piangendo. La folla gridava: "Lunga vita ad Aung San Suu Kyi", mentre loro, avvolti nel saio color porpora, sfilavano sottto il monsone. Ci sono momenti in cui anche uno che credeva di avere perso per sempre il sacro fuoco, vorrebbe tornare a fare il giornalista. Vorrebbe essere lì a vedere. A fotografare, almeno con gli occhi. A dimenticare un po' di tv. E questa rivolta dei monaci, che in Birmania stanno sfidando da giorni la giunta militare, ha qualcosa di davvero epopaico, se così si può dire.
Un corteo silenzioso, che sarebbe stato soffocato nel sangue, come sempre avvenuto in passato, se solo non si fosse trattato di monaci buddhisti. Ovvero della massima istituzione per il popolo. Ammazzarne anche solo uno significherebbe la guerra civile. Certo, in Birmania succede di tutto. E' successo per esempio, qualche settimana fa, che la giunta moltiplicasse per cinque, all'improvviso, il prezzo dei carburanti. Mettendo definitivamente in ginocchio una popolazione già allo stremo. Ci sono luoghi della terra, dalla Cecenia, alla Cina, a Myanmar, dove è meglio non nascere. Ma la storia di San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, da tempo ai domiciliari dopo anni di carcere, è stata presto dimenticata in Occidente. Eppure qualcosa mi dice che, nei prossimi giorni, di questa rivoluzione porpora sotto la pioggia, ne sentiremo riparlare.
NB: *** Qui sotto l'aggiornamento di PeaceReporter:
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L'alpinista
Da oggi questo blog è dedicato anche a Guido Rossa, alpinista e operaio comunista, che ebbe il coraggio di denunciare le Brigate Rosse e dalle stesse fu vigliaccamente freddato - come al solito - alle 6.30 del mattino, il 24 gennaio 1979, sotto casa.
Perché non ci fu omicidio in cui questi conigli non spararono a un uomo disarmato. E nove su dieci alle spalle. Ho approfondito la storia di Rossa guardando un film di Giuseppe Ferrara ("Guido che sfidò le Brigate Rosse"). Forse non un capolavoro, ma un film onesto e necessario, che spiega molto bene il clima della classe operaia, quando ancora qualcuno chiamava le BR "compagni che sbagliano".
Al momento di sporgere denuncia, Rossa venne lasciato solo da tutti gli altri sindacalisti, ma il suo senso etico non lo fece retrocedere. Era consapevole che avrebbe rischiato la vita, ma vedeva lontano: capiva che dietro alle BR non c'era alcun progetto di difesa delle classi deboli, ma al contrario, una pura forma di follia organizzata, un narcisismo di gruppo, di stampo assolutamente e puramente criminale, che con
il tempo avrebbe consegnato sempre più il Paese alla destra. Con il suo film, Ferrara rende omaggio non solo alla memoria del sindacalista dell'Italsider, morto per onestà, ma a tutta una generazione di operai che troppo spesso venne maliziosamente accomunata, ad arte, proprio al suo peggior nemico. Al di là di ogni preconcetto e posizione, iI film è da vedere.
Nelle foto: Massimo Ghini interpreta Guido (1), la vittima (2), Pertini piange davanti alla bara (3), il "Secolo" del giorno dopo (4)
Il magico Alverman

Ho scattato questa foto meno di un mese fa, in Kashmir. Quando ho visto quest'uomo, dalla bellezza assoluta, ho avuto come un lampo di nostalgia. Era lui. Il protagonista di "Gianni e il magico Alverman", una serie di culto della mia infanzia. Quando la tv metteva buonumore. Potenza dell'India. Gira e rigira, in qualche modo riesce sempre a riportarti alle radici. E' sparito nel verde, pochi secondi dopo, come un pensiero di cui vergognarsi, una bellezza senza sentimento, un po' di pioggia sull'erba. Magico, Alverman. Però ti ho preso.
Una certa tonalità di azzurro
Quando un uomo salva la vita a una persona che ti è cara, vorresti almeno essere con lui, al momento dei saluti. Se poi questo signore lo fa anche con te, e ti lascia un sacco di bei ricordi, quale banalità aggiungere?, se non puoi fare l’unico gesto che conta. Oltretutto, in certi momenti la retorica è in agguato e ogni superlativo è di troppo.
Sapevo da tempo che il dottor Zanoli - o se preferite il dottor Pasquale, come tutti lo chiamavano a Premosello - stava combattendo contro un fantasma invisibile. Ma quando sono partito per una vacanza lontana, a metà agosto, ho sperato che lui, il padre del mio amico Ettore, ce la facesse almeno fino al mio ritorno. Pensiero egoistico, è evidente. L’unica cosa che contava davvero era che soffrisse il meno possibile in ospedale, dove respirava male ed era stato portato in rianimazione.
Ogni volta che trovavo un telefono, tra le montagne dell’India del Nord, chiamavo a casa per salutare e chiedevo se era ancora vivo. Magari se migliorava. L’ho anche sognato, una notte. In una chiesa, parlavamo a lungo e lui sorrideva, con quegli occhi timidi, che battevano le ciglia bionde, dietro le lenti. Ma pareva finalmente quieto e mi sono svegliato con un senso di grande serenità.
La mattina del 21 agosto, ho chiamato mia madre e lei mi ha detto che nella notte era successo. Il dottore aveva lasciato questo mondo e l’indomani ci sarebbero stati i funerali. Non avrei potuto esserci, era evidente. Il primo aereo era dopo qualche giorno. E il pensiero è corso a quel che mi aveva raccontato un monaco buddhista, solo il giorno prima. Parlava di un nipote, morto a 26 anni, figlio di suo fratello. Uscendo dalla sua stanza, dopo averlo visto, il monaco notò che un piccolo angolo di cielo aveva assunto il preciso azzurro degli occhi del ragazzo. Poi, piano piano, la tinta si era dilatata, fino ad estendersi a tutta la volta celeste. Solo a quel punto aveva sorriso, pensando che tutto è impermanente, ma al contempo eterno. Tutto ci sopravvive e ritorna all’energia dell’universo.
Alzando gli occhi e guardando fuori, ho cercato anch’io nel cielo bianco dell'Asia l’azzurro degli occhi del dottore, ma senza trovarlo. Cose da monaci, forse. Così ho ripensato a una notte d’inverno del 1962, quarantacinque anni fa. Quando mia madre fu svegliata dai rantoli di mia sorella, che aveva pochi mesi, e che era stata colta da convulsioni. Respirava a fatica, pareva soffocare.
Non avevamo il telefono. Mio padre infilò il cappotto sul pigiama e in ciabatte scese le scale. Poi corse come un matto sulla neve, con il cuore in gola, fino alla casa del dottor Pasquale. Lo sveglio con il campanello, l'altro si affacciò alla finestra e un minuto dopo, il tempo di prendere la sua borsa in cuoio con i farmaci, i due correvano insieme nella direzione opposta. “Ero quasi sicuro di trovarla morta”, racconta sempre mio padre. Invece non fu così e il dottor Pasquale restò a casa nostra quasi tutta la notte, finché non fu certo che mia sorella fosse fuori pericolo.
Qualche anno dopo, diciamo tre o quattro, toccò a me. D’estate, però. Un mattino le suore mi dimenticarono sotto una finestra dell’asilo, sul pavimento, a giocare con dei cubetti di legno. Il sole batteva forte, attraverso il vetro, e ricordo alla perfezione di essere scivolato in una strana galleria di sonno e di luce, che poteva essere l’anticamera della morte. Prima un gran caldo sulla nuca, sempre più forte, amplificato dal cristallo. Poi il sonno, improvviso. In un certo senso, anche dolce.
Andai in coma e mi portarono a casa, sul lettino. Attorno, le donne e le suore sgranavano rosari come pannocchie, recitando continui mantra di preghiere e invocazioni. Grazie a Dio ma anche al dottore che non si mosse da lì, dopo avermi fatto delle iniezioni, a tarda sera mi risvegliai, con un senso di beatitudine, ma anche di paradiso mancato. Una breve sosta tra gli angeli, certo prematura, cui le sue cure mi avevano sottratto.
Negli anni, credo di avere sviluppato un inconscio senso di riconoscenza verso quell’uomo d’altri tempi e di altri modi. Mi basta pensare alla sua pazienza, quando diventai amico di suo figlio, e passavo molte giornate a giocare con lui, nel suo giardino. Lunghe sfide a pallone sul prato, l’un contro l’altro, il cui risultato finale era quasi sempre quello di spacciare le rose di famiglia, coltivate con pollice verde e concimi. Per tacer di quando la palla, passato il portiere, finiva con un boato metallico contro la saracinesca abbassata del garage, che simulava la rete della porta. Un boato metallico che arrivava dritto dritto al vicino studio, dove il dottore visitava i pazienti del paese. Eppure mai un rimbrotto, né un lamento fuori dalle righe. Tuttalpiù, tra una visita e l’altra, compariva in camice sulle scale, con uno sguardo, mezzo di rimprovero, mezzo di complicità, discreto, come nel suo stile. Aveva un filo diretto con l'infanzia e i suoi chiaroscuri. Non a caso, faceva il medico dei bambini.
Pensavo a queste e ad altre immagini, nel riporre la cornetta. Sono uscito dalla vetrina del posto telefonico e mi sono infilato nella prima che ho trovato, quella di un barbiere. Non c’era nessun cliente e mi sono seduto davanti all’enorme specchio. L’anziano mi ha messo un lenzuolo al collo e ha chiesto: “Medium?”. Io guardavo lo specchio e pensavo al dottore. Al suo camice. Al suo stile. Alla certezza che non sarei stato lì a salutarlo. “Medio o corto?”, ha ripetuto l’uomo, credendo che fossi sordo. Medio, medio, va bene… Faccia lei.
Poi ho abbassato gli occhi, vinto dalla commozione. Migliaia di fotogrammi e di ricordi mi passavano davanti. La sua Opel marrone. La scoperta dell’acqua minerale con le bollicine, vista per la prima volta a casa sua. Proprio come il latte in cartone, quando io conoscevo solo quello della mucca, da far bollire prima di bere, che mia madre mi mandava sempre a prendere dalla signora Giuditta, con il secchiello e il coperchio di latta. Una meraviglia bianca, a casa sua, che si poteva bere senza metterla sul fuoco e senza spostare la panna. Le carte della scala quaranta. La collezione di francobolli. La cinquecento bianca con due piccoli serpenti verdi autoadesivi sul vetro posteriore, quelli dei cartoni animati del Libro della Giungla.
Sul lenzuolo, intanto, e sulle mie ginocchia, cadevano i fiocchi dei miei capelli. Neri e bianchi. Molti bianchi, ormai, sì. E quella neve mi sembrava l’icona del Tempo, del passare del Tempo. Anche da vecchio, scriveva Kafka all’amico Max Brod, sarai un bambino con i capelli bianchi. Certo, in quell’istante ero ancora quel bambino, sul sedile posteriore della Opel, che insieme a Ettore tornava da scuola, perché quel giorno c’era lo sciopero dei treni e lui, il dottore, era venuto a prendere tutti e due. Rivedevo l’autoradio sul cruscotto della macchina. Con lo spazio per inserire un nastro, prima ancora che inventassero le musicassette, di Mina o della Vanoni.
Potevamo fare un intero viaggio in macchina senza quasi sentire la voce del dottore. Le parole non erano il suo forte, sì, e qualcuno forse glielo rimproverava. Anche quando lo convinsero a fare il presidente della Pro Loco, per anni, preferiva che i discorsi ufficiali li facesse qualcun altro. Le visite da lui erano serie e meticolose, ma a parlare era soprattutto il paziente.
Taciturno, serio ma sempre sorridente, era un uomo decisamente fuori moda. Non l’ho mai sentito parlare male di nessuno, mai un pettegolezzo e non ho la più vaga idea di come la pensasse in politica. Né mi interessa. Fuori moda, sì, almeno per i tempi che si stavano prospettando. Un uomo non avvezzo alle pubbliche relazioni, ma che soprattutto uno che aveva una concezione del suo lavoro del tutto anacronistica. Perché lo amava, ne faceva una passione, e non uno strumento di lucro.
Il 29 agosto del '44, una data amara per il paese, i tedeschi lo misero al muro, insieme ad altri che poi diventarono martiri. Lui si salvò, per un disegno superiore, e 9 anni dopo era già medico. Un medico che non si limitava a lavorare, ma studiava, approfondiva, si aggiornava. Wislawa Szimborska, poetessa polacca dal nome impronunciabile, che nel '96 vinse il Nobel per la Letteratura, racconta che all'Anima piacciono gli orologi a pendolo e gli specchi, perché continuano a lavorare con zelo, anche quando nessuno li guarda...
Alla sera della vita - dice un verso della Bibbia - quel che conta è avere amato. Avrei voluto ricordargli anche questo, mentre il barbiere mi scuoteva il lenzuolo e mi chiedeva se andava bene. Benissimo, sussurrai senza nemmeno dare un’occhiata al risultato. Alla sera della vita, forse davvero uno se ne va tranquillo, se può dire che la propria esistenza ha avuto un senso. Se ha fatto del bene. Se ha seminato, vita e speranza. E mi auguro che, in questo senso, il dottore non abbia avuto dubbi. Di certo, come tanti altri a Premosello, io e la mia famiglia possiamo dirgli almeno grazie. Per avere fatto un po’ di strada con noi, e per avere migliorato, e prolungato, il nostro tempo.
Quella sera, tornandomene in albergo con i capelli più corti, poco dopo ritrovai un telefono e chiamai Ettore. Restammo a lungo a parlare dell’infanzia. Come non accadeva da anni. Il dottore era tra noi. Gli dissi di salutarmelo. Gli uomini fuori moda mi sono sempre piaciuti, certo. Ma lui era qualcosa in più. Era un po’ anche mio padre. Lo era stato, quando avevo bisogno di giocare. E uno, anche quando ha i capelli bianchi, certe cose non le dimentica. Grazie dottore. Un forte abbraccio. E buon viaggio.
Ciao
Un caro saluto. Roberta e io partiamo per il Ladakh (Leh e dintorni, un giro dei templi buddhisti), con una puntatina prima in Kashmir (Srinagar). Torniamo il 28. Se non torno, i casi sono due: o mi hanno fatto fuori gli integralisti pachistani, o sono diventato monaco. In ogni caso, voletevi bene.
,-))
Buona vacanza a tutti.
Meglio tardi che gay?
"Pulizia etnica contro i culattoni". E' l'ultimo colpo di genio dell'ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, il leghista che aveva fatto segare le panchine per evitare che ci si sedessero gli extracomunitari. La logica della destra, quella che non si è mai epurata dalle proprie scorie, è sempre la stessa: il lager. La stessa di certo comunismo internazionale, se volete, che non ha mai rinnegato Pol Pot, o i gulag, dei talebani che lapidavano i gay negli stadi o degli ayatollah che ancor oggi li fanno impiccare..
Rossa o nera che sia, in questo caso addirittura verde, la trovata resta sempre merda. Con un'aggravante: che qui, a mezza bocca, c'è ancora qualcuno pronto a sostenere che, in qualche modo, il ritardato ha comunque un po' di ragione. E a votare lui o uno dei suoi amici, magari l'europarlamentare che voleva i treni con vagoni distinti per bianchi e per neri, come ancor oggi accade in certe scuole, in Virginia. Come dire; facciamo le crociate contro i talebani, però qualcosa ci insegnano anche loro.
Bianche
Avete mai sentito di tante morti sul lavoro? Avete mai indagato quanto si spende, in percentuale, oggi, per la sicurezza? Avete mai calcolato quanta gente lavora in nero oggi nei cantieri, su ponteggi a sei metri, senza casco e assicurazioni? C'è qualche politico che, invece di andare a zoccole, ha voglia di mettersi a studiare una proposta di legge in materia?