Istintiva Mente

Free Burma!

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Diritti umani e altre sciocchezze. Mondi nomadi e nomadi globali. Stelle fisse e pianeti mobili. Vecchie storie dal futuro.

by Henry

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Dedicato a Guido Rossa, Don Lorenzo Milani, Tiziano Terzani, Enzo Baldoni, Anna Politkovskaya, Michele Trombello, Ithzak Rabin, Antonio Russo, padre Kolbe, Primo Levi, Alex Langer, Franca Viola, Duha Khalid Aswad, Oscar Arnulfo Romero, Maria Grazia Cutuli, Aldo Moro, Nicola Calipari, al Mahatma, al piccolo pakistano Iqbal Masih e a mio zio Enrico, ucciso a freddo dai nazifascisti. Alle donne e agli uomini di pace e di coraggio come loro, che vivono ancora, anche se altrove

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lunedì, maggio 12, 2008

Archetipi


La settimana scorsa 100mila morti per l'uragano in Birmania. Poche righe in prima pagina, poi su quelle interne, poii il tradizionale oblio. Oggi almeno 12mila per il terremoto in Cina. E altre decine di migliaia, pare, sotto le macerie. Questa volta se ne è parlato un po' di più, sì, ma non è questo il punto. Il punto è una terribile coincidenza.



Sono gli unici due Stati che hanno incarcerato, torturato e ucciso per strada i monaci buddhisti. Si tratta certamente di un caso, difficile pensare che la Natura si vendichi in questo modo e soprattutto contro persone inermi. Poveri e bambini. Anche perché sed la Natura fosse equa dovrebbe seppellire la giunta birmana e il partito cinese con tutti i suoi emissari. Ma non funziona così.



La ribellione della Natura all'uomo è però una figura retorica sempre più ricorrente, ormai quasi un archetipo. Il Mito, il cinema e la letteratura vi hanno attinto da sempre. Personalmente, in questo caso, non ci credo troppo, ma l'ho notata, tutto qui. Come avevo notato il silenzio fragoroso sulla Birmania e sugli sul triplo orrore innescato in sequenza dal regime dei generali.



Lo scandalo in Birmania è totale. Per tre volte, i militari hanno sputato in faccia alla popolazione. la prima, ignorando l'allarme meteo daton 48 ore prima dall'India. Sarebbe bastato avvisare la gente e dentinaia di milgiaia di morti si sarebbero evitate. la seconda: impedendo l'arrivo dei soccorsi internazionali, tacciati di spionaggio. Terzo: scegliendo e imboscando per sé il meglio degli aiuti alimentari, come documentano alcuni filmati, e distribuendo quelli scaduti o di scarsa qualità, davanti alle telecamere, per propaganda internazionale. Invadere la Birmania per deporre la giunta canaglia? ma no, guarda caso, la proteggono i cinesi.

Postato da: Tuareg a 17:21 | link | commenti |

venerdì, aprile 04, 2008

Ecco chi organizza le Olimpiadi


(testo di Anais Ginori - da Repubblica)


Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".



Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.



A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".


I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.



Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.



Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.



Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".



I cimeli della prigionia



Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".



Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".



Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".



La voce interiore


Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.



"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".



Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.



Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".



Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue".


Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.



Soldi sulla punta del coltello


Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.



"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".

Postato da: Tuareg a 09:17 | link | commenti (10) |

sabato, marzo 15, 2008

Cinafili




Improvvisamente nessuno più osa dire una parola contro i nuovi padroni del mondo. I proprietari delle banche mondiali, i colossi dell'economia e dello sfruttamento dell'uomo. I finanziatori del regime di Khartoum che ha messo in ginocchio la popolazione del Darfur, gli amici dell'Iran e di Putin. I massacratori di un milione di tibetani, oggi dei monaci. Tutti in ginocchio, pronti a mettersi in poltrona per guardarsi le Olimpiadi, con popcorn e birretta. Si accomodino, per quanto mi riguarda, ci sarà sempre un libro, un amico, il mio amore o una sera d'estate, al posto di tanto pattume. 

Postato da: Tuareg a 15:57 | link | commenti (12) |

giovedì, febbraio 28, 2008

Liberatela


Ingrid Bétancourt sta morendo di epatite B. Lo raccontano alcuni ostaggi delle Farc liberati l'altro ieri. La sua storia, con la lettera inviata dopo 6 anni di prigionia nella giungla colombiana, l'ho raccontata in un post poco sotto. Non so se Ugo Chavez o John Rambo Sarkozy possano fare qualcosa, ma ci provino e chi può si muova. Lo aspettano i suoi figli e suo marito, ma anche tutti coloro che hanno a cuore un minimo di diritto. 

Postato da: Tuareg a 15:30 | link | commenti (6) |

sabato, febbraio 16, 2008

Caos Calvo



Questa volta derubo io la Gazza, ma l'occasione è ghiotta. Da qualche tempo passa in tv uno spot in cui il vecchio Ronaldo racconta che gli sono ricresciuti i capelli con la crescina. Prodotto svizzero che magari rinforzerà anche il bulbo, come no?. ma lo sanno tutti che i capelli non ricrescono. E soprattutto che Ronnie non è mai stato calvo. Si radeva semplicemente a zero, magari per l'aerodinamica,  e se adesso ha una zazzera di riccioli neri, buon per lui, ma almeno non ci racconti balle. Più che segnalarla al giurì per pubblicità ingannevole, mi limiterei a suggerire ai creduloni di mettere la sveglia. va bene che è tutto finto, ma ormai siamo al fantasy.

Postato da: Tuareg a 18:44 | link | commenti (9) |

sabato, febbraio 09, 2008

Ma anche


La lista nera di professori universitari ebrei, come ai tempi del nazifascismo. Comparsa su un blog di estrema destra e subito oscurata, accende solo l'ultimo campanello di allarme, fuori tempo massimo, di un fatto accertato. Il cancro dell'antisemitismo, figlio dello sdoganamento del fascismo e delle sue posizioni surreali. Ma quel che più incuriosisce, nello scenario futuro, è la schizofrenia della coalizione che si prepara a governare l'Italia.



Da un lato, infatti, c'è chi ha definto il fascismo "un male assoluto" e comunque chi si dichiara grande amico di Israele. Dall'altra forze nostalgiche di Mussolini e del Terzo Reich, che si richiamano alle croce celtiche e al saluto romano, che negano le camere a gas, che impregnano di odio razziale il loro programma, al punto da istigare un sacco di ragazzini in camicia nera a tatuare svastiche o, nel migliore dei casi, a disegnarle a spray. Forze che verranno comunque raccattate, nel listone o al suo fianco, per fare numero. Insomma, una coalizione filoisraeliana, ma anche contro gli ebrei. Roba da Crozza Italia.



In questo senso ammiro una volta di più Walter Veltroni, l'unico politico illuminato del momento in Italia, per avere avuto il coraggio di andare da solo. Un programma chiaro, senza appendici alla Mastella, Dini, i peggiori trasformisti, o Diliberto, il confuso, che pongano continui diritti di veto, per poi contrattarne il ritiro, in cambio di privilegi. Basta. meglio partire sfavoriti, meglio perdere al limite, ma con dignità e senza più pasticci. Non ho grandi speranze da un paese narcotizzato, che ha perso il passo con l'Europa civile, quella che spera, progetta, corre. Però è un bel gesto, bravo Veltroni. Qualcuno deve pur cominciare la semina.

Postato da: Tuareg a 16:13 | link | commenti (8) |

martedì, gennaio 22, 2008

Campania elettorale



Templi moderni



Ecco, ero solo un po' indeciso sul titolo. Pensavo anche a un Totò e la mala(femmina), ma non ho trovato la foto del vassoio di cannoli siciliani, la festa dopo la condanna.



Una frase però, rimarrà negli annali. la citazione a sproposito di Fedro: "Gli umili soffrono, quando i potenti si combattono". detta da uno che cambia per la terza volta casacca e torna a governare con la nuova maggioranza di turno. Una frase che fa il paro con quella della moglie: "Ci attaccano perché siamo cristiani". Pronunciata, guarda caso, il giorno dopo che al Papa è stato (ingiustamente) impedito di parlare alla Sapienza.




 Del resto, le Scritture lo avevano preconizzato: "Verranno falsi profeti e falsi messia, i quali faranno segni miracolosi per cercare di ingannare, se fosse possibile, anche quelli che Dio si è scelto. Io vi ho avvisati. (Matteo 24:24-25)".



A proposito, anche Totò il siculo ha annunciato alle telecamere di aver passato la mattina in preghiera, in attesa della sentenza. Di fede parlava spesso anche Provenzano, se non ricordo male. E io che ero rimasto alle storie dei miei amici missionari, o a qualche prete coraggio nei quartieri di periferia, preso a botte, magari, ma sempre con il Vangelo nell'anima.  


Sul resto del trash, in questi giorni di autentico pattume, mediatico e non solo, le parole sono inutili. Lo show è naturalmente cominciato nel circo giusto, Porta a Porta, adesso mettetevi pure comodi. La fila dei maggiordomi arriva già all'orizzonte.

E lo spettacolo, se avete del fegato, è solo all'inizio.

Postato da: Tuareg a 19:37 | link | commenti (9) |

giovedì, dicembre 20, 2007

Come nascono i fiori

(L'uomo dell'ano)



Che da un pezzo l'informazione abbia superato il cabaret, in fondo lo si sapeva. Ormai si guarda il TG4 come un tempo si leggeva "Cuore" o "Il Male". Per puro spasso. Ma se uno dei più autorevoli periodici del mondo sceglie Putin come uomo dell'anno, vuol dire che il processo è a dir poco irreversibile. Vero, c'erano stati due illustri precedenti, Hitler nel 1938 e Stalin nel '40. E probabilmente per un puro miracolo, anni dopo, non ce l'avranno fatta fenomeni del calibro di Pol Pot e Pinochet.

C'è da supporre che nei giorni scorsi la vittoria dell'eroe sia arrivata sul filo di lana contro i leader cinesi e il giovale re dei birmani. Consentite solo una piega nel sorriso per chi, come me, aveva creduto che il giornalismo fosse una meravigliosa professione. in grado di far interagire il mondo interiore con quello delle relazioni, la coscienza con gli eventi, in grado addirittura di denunciare gli orrori e smuovere le buone energie. Un quadro naif, rimasto in qualche cantina della tarda adolescenza.

Eppure, proprio adesso penso ad Anna Politovskaya, uccisa a Mosca, dopo le sue denunce contro le violazioni dei diritti umani da parte di Putin, oggi tutto teso a preparare nuovi  missili nucleari, e del suo fantoccio ceceno, Kadyrov. L'uomo che, oltre alla piscina, al bagno turco e all'alcova, ha una camera di tortura personale nel suo lussuoso palazzo di Grozny, circondato dalle macerie. E mi vengono in mente quattro sane parole che cantava De André.

Dai diamanti non nasce niente, dalla merda nascono i fiori.


Buon Natale a tutti.

Postato da: Tuareg a 15:28 | link | commenti (20) |

venerdì, dicembre 07, 2007

Come diceva Camus


(Lettera dalla prigione a cielo aperto)


Ho pensato spesso a lei in questi giorni, dopo quel video. In bici, a casa, quando mettevo i piedi nudi sotto il piumino, la notte. Questo ragazzo si chiama Lorenzo e sua madre è stata rapita quasi 70 mesi fa, il 23 febbraio 2002. Ma è viva. Da 5 anni e 10 mesi trascorre le sue giornate all'aperto, legata a una catena, da qualche parte nella selva, prigioniera delle Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, i khmer rossi locali insomma, che l'hanno sequestrata poco prima che partecipasse, come candidata, alle elezioni presidenziali del Paese. Ingrid Betancourt, 46 anni, aveva fondato un partito di centro sinistra, con un paio di priorità nel programma: la lotta alla corruzione e quella al narcotraffico. Come mai, direte voi, un movimento marxista rapisce una candidata di centro sinistra? Perché le Farc sono marxiste come la Cina, i dittatori birmani e la Russia con i ceceni. La politica è una facciata per il popolino, di cui se ne battono in allegria. Nella fattispecie, loro vivono di cocaina e dei ricchi proventi estorti ai coltivatori. Criminali puri, con una bandiera qualsiasi. E con il solo obiettivo del controlllo del territorio.


Questo per ricordare anche che quando tirate una riga col naso, a Milano, finanziate questa feccia. Ricordatevene, la prossima volta che arrotolate un biglietto del bus su uno specchio. Lorenzo ieri ha lanciato l'ennesimo appello alla radio per la liberazione della madre. La certezza che fosse ancora viva era infatti arrivata il 17 maggio di quest'anno, quando un ostaggio sfuggito alle Farc aveva rivelato la notizia. Lo scorso 17 novembre, tre miliziani arrestati avevano con sé un video che riprende la Betancourt nella selva e una lettera alla madre (che pubblico qui sotto, integrale). Ho visto il video, lo trovate ovunque sul web ormai, e ho letto la lettera. Dodici pagine. Un concentrato di solitudine e di dolore. Una lettera bellissima, in cui Ingrid parla anche dei figli. Qualche frase: "Perdo i capelli, qui si vive come morti... Ho chiesto un dizionario enciclopedico per imparare qualcosa. ma la risposta a qualunque domanda è sempre e comunque no. Amo la Francia di tutto cuore, perché ammiro la capacità di mobilitazione di un popolo che, come diceva Camus, sa che vivere significa impegnarsi".


Impegnarsi, capito?


Ecco la lettera di Ingrid Bétancourt dalla selva, dopo quasi 6 anni.

E' molto lunga, ma non sarà tempo perso:


"E' un momento molto difficile per me. Chiedono le prove che sono viva e ti apro l' animo in questo scritto. Fisicamente sto male. Non mangio, non ho fame, mi cadono molti capelli. Non ho voglia di niente. Credo che sia la cosa migliore che possa capitare, non aver voglia di niente, perché qui, in questa giungla, l' unica risposta a qualunque richiesta è «no». Dunque, è meglio non avere voglia di nulla ed essere almeno libera dai desideri.

S
ono ormai 3 anni che chiedo un dizionario enciclopedico per poter leggere qualcosa, per imparare qualcosa, per mantenere viva la curiosità intellettuale. Continuo a sperare che, almeno per compassione, me ne procurino uno, ma è meglio non pensarci. Ogni cosa è un miracolo, anche ascoltarti ogni mattina, dato che la radio che ho è vecchia e mal funzionante. Voglio chiederti, mamma cara, di dire ai ragazzi di mandarmi tre messaggi alla settimana. Niente di speciale, se questo è anche il loro desiderio e se avranno voglia di farlo. Non ho bisogno d' altro se non di essere in contatto con loro. è la sola informazione vitale, essenziale, indispensabile, il resto non mi interessa più. Come ti dicevo, la vita qui non è vita, è un lugubre spreco di tempo. Vivo, o meglio, sopravvivo in un' amaca tesa tra due pioli, ricoperta da una zanzariera e con sopra una tenda che funge da tetto e che mi consente di pensare di avere una casa. Possiedo una mensola dove appoggio le mie cose, vale a dire lo zaino che contiene i miei abiti e la Bibbia, che rappresenta il mio unico lusso. è tutto pronto per una partenza improvvisa. Qui nulla è certo, nulla è duraturo, l' incertezza e la precarietà sono la sola costante. In ogni momento possono dare l' ordine di prepararsi a partire, e ciascuno deve dormire in una buca qualsiasi, sdraiato non importa dove, come un animale. Ho le mani sudate e la mente annebbiata, finisco per fare le cose molto più lentamente del normale. Le marce sono per me un calvario perché il mio equipaggiamento è molto pesante e non riesco a sostenerlo. Ma tutto è stressante, perdo le cose o me le sottraggono, come i jeans che Mélanie (è la figlia, ndr.) mi aveva regalato a Natale e che avevo addosso quando mi hanno preso. L' unica cosa che sono riuscita a conservare è la giacca e questa è stata davvero una benedizione, poiché le notti sono gelide e non ho altro per coprirmi. Prima, approfittavo di ogni occasione per fare un bagno nel fiume. Dato che sono la sola donna del gruppo, lo devo fare quasi completamente vestita: pantaloncini, camicia e stivali. Prima mi piaceva nuotare nel fiume, ma adesso non ne ho più neppure la forza. Sono debole, sembro un gatto davanti all' acqua. Io che amavo tanto l' acqua, non mi riconosco più. Ma da quando hanno separato i gruppi, non ho più avuto né l' interesse né l' energia di fare nulla. Faccio soltanto qualche esercizio di stiramento, dato che lo stress mi blocca il collo, che mi fa molto male. Grazie a questi esercizi, riesco a muoverlo un po' . Preferisco restare in silenzio, parlo il meno possibile per evitare problemi. La presenza di una donna in mezzo a tanti prigionieri maschi che si trovano in questa situazione da otto o dieci anni, è un problema. Durante le ispezioni, ci sottraggono le cose che ci sono più care. Una tua lettera, mi è stata sottratta dopo l' ultima prova di sopravvivenza, nel 2003. I disegni di Anastasia e di Stanislas (nipoti di Ingrid, ndr.), le fotografie di Mélanie e Lorenzo (i due figli, ndr.), una medaglietta di mio padre, un programma di governo in 190 punti, mi hanno preso tutto. Ogni giorno perdo qualcosa di me stessa. Certi particolari ti sono stati raccontati da Pinchao (soldato prigioniero delle Farc fuggito quest' estate, ndr.) . Tutto è difficile. è importante che io dedichi queste righe alle persone che rappresentano il mio ossigeno, la mia vita. A quelli che mi tengono viva, che non mi lasciano affondare nell' oblio, nel nulla e nella disperazione. Tu, i miei figli, Astrid (la sorella, ndr.) e i bambini, Fab (l' ex marito Fabrice Delloye, ndr.), Tata Nancy e Janqui (Juan Carlos Lecompte, suo marito, ndr). Ogni giorno, sono in contatto con Dio, con Gesù e con la Vergine. Qui tutto ha due volti, la gioia segue ogni volta il dolore. La gioia è triste. L' amore cura e allo stesso tempo apre nuove ferite, è come vivere e morire di nuovo ogni volta. Nel corso degli anni non ho potuto pensare ai ragazzi e il dolore per la morte di papà ha assorbito tutta la mia capacità di resistenza. Piangevo pensando a loro, mi sentivo soffocare, incapace di respirare. Dentro di me, dicevo: « «Fab è là, vede tutto, non è necessario preoccuparsene e nemmeno pensarci». Sono quasi impazzita a causa della morte di mio padre. Non ho mai saputo come sia accaduto, chi c' era, se mi ha lasciato un messaggio, una lettera, una benedizione. Ma ciò che ha dato sollievo al mio tormento è stato il pensiero che egli è morto nella fede in Dio e che lo ritroverò lassù e lo prenderò tra le braccia. Sono certa di questo. Ascoltarti è stata la mia forza. Tengo a mente l' età di ciascuno dei miei figli. Ad ogni compleanno canto loro Happy Birthday. Chiedo ogni anno di poter preparare un dolce. Ma da tre anni a questa parte, ogni volta che lo chiedo, la risposta è «no». è lo stesso: che mi diano un biscotto o un piatto di riso e fagioli, come succede di solito, immagino che sia una torta e, nel mio cuore, festeggio il loro compleanno. Alla mia Melelinga <Mélanie, mio sole di primavera, mia principessa della costellazione del cigno, a lei che amo tanto, desidero dire che sono la madre più orgogliosa di questa terra. E se dovessi morire oggi stesso, me ne andrei soddisfatta della vita, ringraziando Dio per i miei figli. Mélanie, ti ho sempre detto che sei la migliore, molto migliore di me, una specie di versione perfezionata di ciò che io avrei voluto essere. è per questo, con l' esperienza che ho accumulato nella vita e nella prospettiva che mi offre il mondo visto a distanza, che ti chiedo, amore mio, di prepararti per raggiungere le mete più alte. Al mio Lorenzo, al mio Loli Pop, il mio angelo della luce, il mio re dagli occhi azzurri, il mio musicista che canta e mi incanta, al signore del mio cuore, voglio dire che dal giorno in cui è nato e fino ad oggi è stato la fonte delle mie gioie. L' altro giorno, ho ritagliato una fotografia da un giornale arrivato per caso. è una pubblicità di un profumo di Carolina Herrera «212 Sexy men». Si vede un uomo giovane e mi sono detta: il mio Lorenzo deve essere così. E l' ho conservato. Mamita (mammina), ci sono tante persone che voglio ringraziare per il fatto di ricordarsi di noi, per non averci abbandonato. Per un lungo periodo, siamo stati come i lebbrosi che rovinano la festa. Noi, i sequestrati, non siamo un tema «politicamente corretto», suona meglio dire che bisogna affrontare con fermezza la guerriglia, anche se dovesse costare il sacrificio di vite umane. Di fronte a ciò, il silenzio. Solo il tempo può aprire le coscienze ed elevare gli spiriti. Io penso alla grandezza degli Stati Uniti, per esempio. Questa grandezza non è il frutto della ricchezza di territori, di materie prime, etc., ma piuttosto il frutto della grandezza d' animo dei leader che hanno plasmato la nazione. Quando Lincoln ha difeso il diritto alla vita e alla libertà degli schiavi neri in America, egli ha anche affrontato molti interessi economici e politici considerati superiori alla vita e alla libertà di un pugno di neri. Ma Lincoln ha vinto e resta impresso nell' immaginario collettivo della nazione la priorità della vita dell' essere umano sopra qualunque interesse di altra natura. In Colombia, dobbiamo ancora riflettere sulla nostra origine, su ciò che siamo e su dove vogliamo andare. Per quanto mi riguarda, ciò a cui aspiro è che un giorno possiamo provare la sete di grandezza che fece elevare dal nulla i popoli per raggiungere il sole. Mamita, ahimè, vengono a prendere le lettere. Non ho potuto scrivere tutto ciò che avrei voluto. A Piedad e a Chavez, tutto, tutto il mio affetto e la mia ammirazione. Le nostre vite sono lì, nel loro cuore, che so essere grande e generoso. Il mio cuore appartiene anche alla Francia. Quando la notte calava più buia, la Francia è stata il faro. Quando chiedere la nostra libertà era una iniziativa mal vista, la Francia non si è tirata indietro. Quando hanno accusato le nostre famiglie di nuocere alla Colombia, la Francia le ha sostenute e consolate. Non potrei credere che un giorno riuscirò ad abbandonare questo luogo se non conoscessi la storia della Francia e quella del suo popolo. Ho chiesto a Dio che mi conceda la stessa forza che ha avuto la Francia nel fronteggiare le difficoltà, per sentirmi più degna di essere annoverata tra i suoi figli. Amo la Francia con tutto il cuore, tutto il mio essere cerca di nutrirsi delle qualità del suo carattere nazionale, un Paese che cerca sempre di farsi guidare dai principi e non dagli interessi. Amo la Francia di tutto cuore, giacché ammiro la capacità di mobilitarsi di un popolo che, come diceva Camus, sa che vivere significa impegnarsi. Tutti questi anni sono stati terribili ma non credo che sarei ancora viva senza l' impegno che è stato offerto a tutti noi, qui, che viviamo come dei morti. Per molti anni ho pensato che, finché fossi stata viva, finché avessi continuato a respirare, avrei dovuto continuare a coltivare la speranza. Oggi non ho più le stesse forze, mi riesce estremamente difficile continuare a crederlo, ma vorrei che sapessero che ciò che fanno per noi, fa la differenza. Ci siamo sentiti esseri umani. Mamita, avrei altre cose da dirti. è ormai parecchio tempo che non ho notizie di Clara e del suo bambino (Clara Rojas, la sua assistente sequestrata con lei, ndr). Bene, Mamita, che Dio ci aiuti, ci guidi, ci dia la pazienza e ci protegga per sempre e addio».

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mercoledì, novembre 28, 2007

La tentazione dell'eremo


Al rom che ha investito, ubriaco, quattro ragazzini, uccidendoli, un agente pubblicitario dai capelli lunghi ha offerto 40mila euro, perché faccia da testimonial a una linea di abbigliamento. In seconda battuta, scriverà un'autobiografia.


 Un libro l'hanno scritto anche Corona e la Franzoni, dopo le vicissitudini giudiziarie. E a Fiorani, l'uomo coinvolto nello scandalo della Popolare di Lodi, hanno offerto un programma tv sulla tutela dei consumatori. Moggi collabora con un quotidiano e scrive libri, tanto per cambiare. Abbiamo scampato le gemelle K, agganciate dal solito paparazzo, che però ha reclutato Lumumba per un film. A Lumumba peraltro non è andata male: uscito dal carcere, si è trovato a casa un assegno di 40mila euro, dai tabloid inglesi, per un intervista in esclusiva.


Infine Azouz, il povero tunisino che ha perso la famiglia nella strage di Erba: chiamato da Lele Mora e dal solito paparazzo per entrare nel jet set e sfilare per qualche collezione. Non si sa ancora se lo vedremo al Billionaire come intrattenimento. Come dire: cercate lavoro? Andate sotto una telecamera.


L'eremo, sì. In un tempo così idiota, e in certi giorni, non vedo tentazione più arrapante.

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sabato, novembre 17, 2007

Cose che voi umani



... e ho visto più di un gazebo fuori dalle chiese, in attesa dei fedeli, da invitare alla firma contro il governo. Ho visto un gazebo con accanto i giochi gonfiabili per i bambini, in attesa delle famiglie a spasso il sabato pomeriggio. Ma questa, nella foto, me l'ero persa, sì. Che sia una dei prossimi ministri, magari alla Cultura?

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venerdì, novembre 16, 2007

Senza rivali




"È morto un prete a Catania, che si chiamava padre Greco. Non è una notizia importante e fuori dal suo quartiere non l'ha saputo nessuno. Eppure, in giovinezza, era stato un uomo importante: uscito dal seminario (il migliore allievo) era “un giovane promettente” ed era rapidamente diventato coadiutore del vescovo. Io di carriere dei preti non me ne intendo ma dev'essere qualcosa del tipo segretario della Fgci, e poi segretario di federazione, comitato centrale, onorevole e infine, se tutto va bene, ministro. Comunque lui dopo un anno si ribellò. Che cazzo - disse a se stesso - io sono un prete. E il prete non sta in ufficio, sta fra la gente.



Così, fece domanda per un posto di parroco nel quartiere più miserabile di Catania, al Pigno. Lo accontentarono rapidamente: non c'erano rivali. Lasciò il palazzo del vescovo, e andò a vivere lì: benedicendo, consigliando, aiutando, difendendo la gente – un prete. Questo per quarant'anni. Poi è morto. Il vescovo ha mandato le condoglianze, sul giornale locale è uscito un trafiletto. La gente del Pigno ha pianto. Tutto qui".


(Riccardo Orioles)



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martedì, novembre 06, 2007

Buon viaggio, maestro







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domenica, ottobre 21, 2007

Cose turche


Tutto comincia quindici giorni fa, quando il Congresso Usa, a maggioranza democratica, vota il riconoscimento del genocidio armeno, da parte della Turchia. Ankara non aspettava altro per invadere il nord Iraq, a caccia delle basi del Pkk, Una replica, il revival del safari al curdo, che unisce l'utile al dilettevole. Segnalo a proposito e a tutti gli interessati una straordinaria pellicola presentata due anni fa al Milano film festival: "Primavera in Kurdistan", di Stefano Savona, prodotto da Minimum Fax media. Un documento unico.


Nella fattispecie, devo dire che questa volta gli Usa hanno tenuto un atteggiamento esemplare, inimicandosi un prezioso alleato, per tenere fede a una questione etica più alta. Proprio come accaduto pochi giorni prima, quando prima un'importante istituzione poi lo stesso Bush hanno ricevuto il Dalai Lama, fottendosene alla grande dei cinesi. Che difatti di lì a poco hanno minacciato gravi conseguenze (a proposito, per quel che mi riguarda, le prossime Olimpiadi non esistono).


Tornando alla Turchia, le violenze contro i curdi, spesso con torture inenarrabili ai danni dei civili, dovrebbero indurci a chiederci se quel Paese possa entrare davvero in Europa. All'inizio mi pareva quantomeno un escamotage per elevare lo standard dei diritti umani, a favore proprio dei curdi. Lo dice uno che a Istanbul ha ascoltato molte testimonianze di ragazze violentate in carcere per ritorsione, o per spregio, in quanto curde. Donne che ballano attorno al fuoco, ogni 21 marzo, per il Newroz, la festa proibita, il capodanno curdo.  Donne che in piazza Galatasaray mostrano le foto dei loro padri o figli prelevati dalla polizia politica e mai più rivisti.  Oggi ammetto di aver cambiato idea. Il nazionalismo e i lupi grigi guadagnano terreno, come del resto l'ultradestra in Europa. La questione somiglia sempre più a quella birmana. C'è un popolo che soccombe, e tutto il resto del pianeta cui la faccenda interessa meno di niente. Ci sveglieremo prima del Quarto Reich? 


(Merci a Jean Marie Plume pour la dernière merveilleuse photo)


 


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sabato, ottobre 06, 2007

Affari (&) generali


Le organizzazioni per i diritti umani chiedono all'Onu di imporre un embargo sulle armi alla Birmania e alle imprese che fanno affari con Rangoon di premere sulla giunta militare. Amnesty International ha sollecitato al Consiglio di sicurezza di imporre un blocco totale delLa vendita delle armi al regime di Myanmar. La Cina è il primo fornitore di armi alla ex Birmania, seguita dall'India, dalla Serbia, dalla Russia e dall'Ucraina.


Sono 355 le aziende italiane che intrattengono rapporti commerciali (import-export) con l'ex Birmania. L'elenco delle imprese e' stato reso noto dalla Cisl, il cui segretario Raffaele Bonanni puntualizza: ''Le imprese italiane non possono macchiarsi le mani di sangue rispetto ad un mantenimento di relazioni con l'odierna giunta militare''. A queste aziende la Cisl ha chiesto di interrompere il commercio con il Paese.


Tra le italiane, nell'elenco figurano Oviesse, Auchan, Bulgari, Arean Italia, Fincantieri-Cantieri Navali Italiani, Bailo, Gruppo Pam, Ferrai F.lli Lunelli,San Patrignano societa' cooperativa sociale tecnica, Vegas Sopa, Diesel, Tacchini Group, Bellotti, Van Cleef e Arpels Logistic, Asics Italia, Italtessile, Conte of Florence, Metro Servizi Logistici, Daniele Officine  meccaniche e Avio Difesa Spazio.


La prima risposta viene da Oviesse (Gruppo Coin), che ieri ha sospeso il ricorso a forniture provenienti dalla Birmania ''finché non sarà ripristinato il rispetto dei diritti civili. Abbiamo assunto la decisione - sottolinea l'amministratore delegato Stefano Beraldo - perché condividiamo la richiesta che sale dalla società civile di dare un segnale".

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lunedì, ottobre 01, 2007

Notizie in greve




Cadaveri cremati e monaci gettati in mare. Arrestati 6mila oppositori, di cui 2mila monaci e 100 suore. Aperti 4 centri di detenzione e tortura. PeaceReporter, sito sempre informato e a dir poco preciso, resta uno degli ultimi ad aggiornare davvero le diapositive dell'orrore dalla Birmania. La situazione precipita, l'inviato dell'Onu sta incontrando un po' tutti, ma l'impressione è che siamo alle soglie di una guerra civile di stampo cileno. Centri di detenzione e tortura, capito? Desaparecidos. Non dimentichiamoli. Continuiamo a tenere alta l'attenzione, ognuno come può.




Nella foto PeaceReporter: un monaco birmano, ieri

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giovedì, settembre 27, 2007

"Amnesy" International


(La solitudine del popolo e l'autismo di gruppo)



Mi vergogno. Mi vergogno per loro. Quattro giorni fa, nel post sotto, avevo teorizzato che la repressione in Birmania sarebbe stata questione di poco. Se l'ha previsto un pirla come me, all'Onu cosa avranno fatto, nel frattempo? Nel momento in cui scrivo, ci sono già 800 monaci arrestati, dopo le perquisizioni notturne nei monasteri, un numero imprecisato di morti e addirittura due reporter stranieri, un fotografo giapponese e un giornalista tedesco, morti sul campo. Mentre all'Onu fanno zapping, la Cina impone il suo tradizionale veto sui diritti umani, gli Usa invitano alla calma e gli altri, sostanzialmente tacciono. Condannando un popolo alla condizione apparentemente più impossibile per una collettività, la solitudine. Come dire: l'autismo di gruppo nel palazzo di vetro determina l'isolamento di una comunità intera a Rangoon.


Ogni buddhista sa bene che a un'azione corrisponde una reazione. Eccone l'esempio più macroscopico. Ora, chi può faccia qualcosa, nel suo piccolo. Non lasciamo solo questo popolo coraggioso, che continua a scendere in piazza nonostante il carcere, le torture, la morte. Il premio Nobel Aung San Suu Kii, che dovrebbe governare il Paese, è stata ricondotta in carcere, nemmeno si sa dove. E' l'ennesimo avallo tacito di una dittatura da parte di Paesi che non sono interessati a compromettere i propri affari con i colossi amici. E' successo in Sudan, succede in Cecenia, succederà ancora e altrove. Soprattutto se continueremo a fare zapping anche noi.


Chi c'è dietro il terrore? Ecco un pezzo illuminante, dal Corsera.


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sabato, settembre 22, 2007

Purple rain


E' uscita sulla soglia della casa in cui è reclusa da 12 anni e ha salutato i monaci piangendo. La folla gridava: "Lunga vita ad Aung San Suu Kyi", mentre loro, avvolti nel saio color porpora, sfilavano sottto il monsone. Ci sono momenti in cui anche uno che credeva di avere perso per sempre il sacro fuoco, vorrebbe tornare a fare il giornalista. Vorrebbe essere lì a vedere. A fotografare, almeno con gli occhi. A dimenticare un po' di tv. E questa rivolta dei monaci, che in Birmania stanno sfidando da giorni la giunta militare, ha qualcosa di davvero epopaico, se così si può dire.


Un corteo silenzioso, che sarebbe stato soffocato nel sangue, come sempre avvenuto in passato, se solo non si fosse trattato di monaci buddhisti. Ovvero della massima istituzione per il popolo. Ammazzarne anche solo uno significherebbe la guerra civile. Certo, in Birmania succede di tutto. E' successo per esempio, qualche settimana fa, che la giunta moltiplicasse per cinque, all'improvviso, il prezzo dei carburanti. Mettendo definitivamente in ginocchio una popolazione già allo stremo. Ci sono luoghi della terra, dalla Cecenia, alla Cina, a Myanmar, dove è meglio non nascere. Ma la storia di San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, da tempo ai domiciliari dopo anni di carcere, è stata presto dimenticata in Occidente. Eppure qualcosa mi dice che, nei prossimi giorni, di questa rivoluzione porpora sotto la pioggia, ne sentiremo riparlare.





NB: *** Qui sotto l'aggiornamento di PeaceReporter:




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domenica, settembre 16, 2007

L'alpinista



Da oggi questo blog è dedicato anche a Guido Rossa, alpinista e operaio comunista, che ebbe il coraggio di denunciare le Brigate Rosse e dalle stesse fu vigliaccamente freddato - come al solito - alle 6.30 del mattino, il 24 gennaio 1979, sotto casa. Perché non ci fu omicidio in cui questi conigli non spararono a un uomo disarmato. E nove su dieci alle spalle. Ho approfondito la storia di Rossa guardando un film di Giuseppe Ferrara ("Guido che sfidò le Brigate Rosse"). Forse non un capolavoro, ma un film onesto e necessario, che spiega molto bene il clima della classe operaia, quando ancora qualcuno chiamava le BR "compagni che sbagliano".


Al momento di sporgere denuncia, Rossa venne lasciato solo da tutti gli altri sindacalisti, ma il suo senso etico non lo fece retrocedere. Era consapevole che avrebbe rischiato la vita, ma vedeva lontano: capiva che dietro alle BR non c'era alcun progetto di difesa delle classi deboli, ma al contrario, una pura forma di follia organizzata, un narcisismo di gruppo, di stampo assolutamente e puramente criminale, che con il tempo avrebbe consegnato sempre più il Paese alla destra. Con il suo film, Ferrara rende omaggio non solo alla memoria del sindacalista dell'Italsider, morto per onestà, ma a tutta una generazione di operai che troppo spesso venne maliziosamente accomunata, ad arte, proprio al suo peggior nemico. Al di là di ogni preconcetto e posizione, iI film è da vedere.


Nelle foto: Massimo Ghini interpreta Guido (1), la vittima (2), Pertini piange davanti alla bara (3), il "Secolo" del giorno dopo (4)

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venerdì, settembre 14, 2007

Il magico Alverman



Ho scattato questa foto meno di un mese fa, in Kashmir. Quando ho visto quest'uomo, dalla bellezza assoluta, ho avuto come un lampo di nostalgia. Era lui. Il protagonista di "Gianni e il magico Alverman", una serie di culto della mia infanzia. Quando la tv metteva buonumore. Potenza dell'India. Gira e rigira, in qualche modo riesce sempre a riportarti alle radici. E' sparito nel verde, pochi secondi dopo, come un pensiero di cui vergognarsi, una bellezza senza sentimento, un po' di pioggia sull'erba. Magico, Alverman. Però ti ho preso.

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lunedì, settembre 03, 2007

Una certa tonalità di azzurro


Quando un uomo salva la vita a una persona che ti è cara, vorresti almeno essere con lui, al momento dei saluti. Se poi questo signore lo fa anche con te, e ti lascia un sacco di bei ricordi, quale banalità aggiungere?, se non puoi fare l’unico gesto che conta. Oltretutto, in certi momenti la retorica è in agguato e ogni superlativo è di troppo.


Sapevo da tempo che il dottor Zanoli - o se preferite il dottor Pasquale, come tutti lo chiamavano a Premosello - stava combattendo contro un fantasma invisibile. Ma quando sono partito per una vacanza lontana, a metà agosto, ho sperato che lui, il padre del mio amico Ettore, ce la facesse almeno fino al mio ritorno. Pensiero egoistico, è evidente. L’unica cosa che contava davvero era che soffrisse il meno possibile in ospedale, dove respirava male ed era stato portato in rianimazione.


Ogni volta che trovavo un telefono, tra le montagne dell’India del Nord, chiamavo a casa per salutare e chiedevo se era ancora vivo. Magari se migliorava. L’ho anche sognato, una notte. In una chiesa, parlavamo a lungo e lui sorrideva, con quegli occhi timidi, che battevano le ciglia bionde, dietro le lenti. Ma pareva finalmente quieto e mi sono svegliato con un senso di grande serenità.


La mattina del 21 agosto, ho chiamato mia madre e lei mi ha detto che nella notte era successo. Il dottore aveva lasciato questo mondo e l’indomani ci sarebbero stati i funerali. Non avrei potuto esserci, era evidente. Il primo aereo era dopo qualche giorno. E il pensiero è corso a quel che mi aveva raccontato un monaco buddhista, solo il giorno prima. Parlava di un nipote, morto a 26 anni, figlio di suo fratello. Uscendo dalla sua stanza, dopo averlo visto, il monaco notò che un piccolo angolo di cielo aveva assunto il preciso azzurro degli occhi del ragazzo. Poi, piano piano, la tinta si era dilatata, fino ad estendersi a tutta la volta celeste. Solo a quel punto aveva sorriso, pensando che tutto è impermanente, ma al contempo eterno. Tutto ci sopravvive e ritorna all’energia dell’universo.



Alzando gli occhi e guardando fuori, ho cercato anch’io nel cielo bianco dell'Asia l’azzurro degli occhi del dottore, ma senza trovarlo. Cose da monaci, forse. Così ho ripensato a una notte d’inverno del 1962, quarantacinque anni fa. Quando mia madre fu svegliata dai rantoli di mia sorella, che aveva pochi mesi, e che era stata colta da convulsioni. Respirava a fatica, pareva soffocare.


Non avevamo il telefono. Mio padre infilò il cappotto sul pigiama e in ciabatte scese le scale. Poi corse come un matto sulla neve, con il cuore in gola, fino alla casa del dottor Pasquale. Lo sveglio con il campanello, l'altro si affacciò alla finestra e un minuto dopo, il tempo di prendere la sua borsa in cuoio con i farmaci, i due correvano insieme nella direzione opposta. “Ero quasi sicuro di trovarla morta”, racconta sempre mio padre. Invece non fu così e il dottor Pasquale restò a casa nostra quasi tutta la notte, finché non fu certo che mia sorella fosse fuori pericolo.


Qualche anno dopo, diciamo tre o quattro, toccò a me. D’estate, però. Un mattino le suore mi dimenticarono sotto una finestra dell’asilo, sul pavimento, a giocare con dei cubetti di legno. Il sole batteva forte, attraverso il vetro, e ricordo alla perfezione di essere scivolato in una strana galleria di sonno e di luce, che poteva essere l’anticamera della morte. Prima un gran caldo sulla nuca, sempre più forte, amplificato dal cristallo. Poi il sonno, improvviso. In un certo senso, anche dolce.


Andai in coma e mi portarono a casa, sul lettino. Attorno, le donne e le suore sgranavano rosari come pannocchie, recitando continui mantra di preghiere e invocazioni. Grazie a Dio ma anche al dottore che non si mosse da lì, dopo avermi fatto delle iniezioni, a tarda sera mi risvegliai, con un senso di beatitudine, ma anche di paradiso mancato. Una breve sosta tra gli angeli, certo prematura, cui le sue cure mi avevano sottratto.


Negli anni, credo di avere sviluppato un inconscio senso di riconoscenza verso quell’uomo d’altri tempi e di altri modi. Mi basta pensare alla sua pazienza, quando diventai amico di suo figlio, e passavo molte giornate a giocare con lui, nel suo giardino. Lunghe sfide a pallone sul prato, l’un contro l’altro, il cui risultato finale era quasi sempre quello di spacciare le rose di famiglia, coltivate con pollice verde e concimi. Per tacer di quando la palla, passato il portiere, finiva con un boato metallico contro la saracinesca abbassata del garage, che simulava la rete della porta. Un boato metallico che arrivava dritto dritto al vicino studio, dove il dottore visitava i pazienti del paese. Eppure mai un rimbrotto, né un lamento fuori dalle righe. Tuttalpiù, tra una visita e l’altra, compariva in camice sulle scale, con uno sguardo, mezzo di rimprovero, mezzo di complicità, discreto, come nel suo stile. Aveva un filo diretto con l'infanzia e i suoi chiaroscuri. Non a caso, faceva il medico dei bambini.


Pensavo a queste e ad altre immagini, nel riporre la cornetta. Sono uscito dalla vetrina del posto telefonico e mi sono infilato nella prima che ho trovato, quella di un barbiere. Non c’era nessun cliente e mi sono seduto davanti all’enorme specchio. L’anziano mi ha messo un lenzuolo al collo e ha chiesto: “Medium?”. Io guardavo lo specchio e pensavo al dottore. Al suo camice. Al suo stile. Alla certezza che non sarei stato lì a salutarlo. “Medio o corto?”, ha ripetuto l’uomo, credendo che fossi sordo. Medio, medio, va bene… Faccia lei.


Poi ho abbassato gli occhi, vinto dalla commozione. Migliaia di fotogrammi e di ricordi mi passavano davanti. La sua Opel marrone. La scoperta dell’acqua minerale con le bollicine, vista per la prima volta a casa sua. Proprio come il latte in cartone, quando io conoscevo solo quello della mucca, da far bollire prima di bere, che mia madre mi mandava sempre a prendere dalla signora Giuditta, con il secchiello e il coperchio di latta. Una meraviglia bianca, a casa sua, che si poteva bere senza metterla sul fuoco e senza spostare la panna. Le carte della scala quaranta. La collezione di francobolli. La cinquecento bianca con due piccoli serpenti verdi autoadesivi sul vetro posteriore, quelli dei cartoni animati del Libro della Giungla.


Sul lenzuolo, intanto, e sulle mie ginocchia, cadevano i fiocchi dei miei capelli. Neri e bianchi. Molti bianchi, ormai, sì. E quella neve mi sembrava l’icona del Tempo, del passare del Tempo. Anche da vecchio, scriveva Kafka all’amico Max Brod, sarai un bambino con i capelli bianchi. Certo, in quell’istante ero ancora quel bambino, sul sedile posteriore della Opel, che insieme a Ettore tornava da scuola, perché quel giorno c’era lo sciopero dei treni e lui, il dottore, era venuto a prendere tutti e due. Rivedevo l’autoradio sul cruscotto della macchina. Con lo spazio per inserire un nastro, prima ancora che inventassero le musicassette, di Mina o della Vanoni.


Potevamo fare un intero viaggio in macchina senza quasi sentire la voce del dottore. Le parole non erano il suo forte, sì, e qualcuno forse glielo rimproverava. Anche quando lo convinsero a fare il presidente della Pro Loco, per anni, preferiva che i discorsi ufficiali li facesse qualcun altro. Le visite da lui erano serie e meticolose, ma a parlare era soprattutto il paziente.


Taciturno, serio ma sempre sorridente, era un uomo decisamente fuori moda. Non l’ho mai sentito parlare male di nessuno, mai un pettegolezzo e non ho la più vaga idea di come la pensasse in politica. Né mi interessa. Fuori moda, sì, almeno per i tempi che si stavano prospettando. Un uomo non avvezzo alle pubbliche relazioni, ma che soprattutto uno che aveva una concezione del suo lavoro del tutto anacronistica. Perché lo amava, ne faceva una passione, e non uno strumento di lucro.


Il 29 agosto del '44, una data amara per il paese, i tedeschi lo misero al muro, insieme ad altri che poi diventarono martiri. Lui si salvò, per un disegno superiore, e 9 anni dopo era già medico. Un medico che non si limitava a lavorare, ma studiava, approfondiva, si aggiornava. Wislawa Szimborska, poetessa polacca dal nome impronunciabile, che nel '96 vinse il Nobel per la Letteratura, racconta che all'Anima piacciono gli orologi a pendolo e gli specchi, perché continuano a lavorare con zelo, anche quando nessuno li guarda...


Alla sera della vita - dice un verso della Bibbia - quel che conta è avere amato. Avrei voluto ricordargli anche questo, mentre il barbiere mi scuoteva il lenzuolo e mi chiedeva se andava bene. Benissimo, sussurrai senza nemmeno dare un’occhiata al risultato. Alla sera della vita, forse davvero uno se ne va tranquillo, se può dire che la propria esistenza ha avuto un senso. Se ha fatto del bene. Se ha seminato, vita e speranza. E mi auguro che, in questo senso, il dottore non abbia avuto dubbi. Di certo, come tanti altri a Premosello, io e la mia famiglia possiamo dirgli almeno grazie. Per avere fatto un po’ di strada con noi, e per avere migliorato, e prolungato, il nostro tempo.


Quella sera, tornandomene in albergo con i capelli più corti, poco dopo ritrovai un telefono e chiamai Ettore. Restammo a lungo a parlare dell’infanzia. Come non accadeva da anni. Il dottore era tra noi. Gli dissi di salutarmelo. Gli uomini fuori moda mi sono sempre piaciuti, certo. Ma lui era qualcosa in più. Era un po’ anche mio padre. Lo era stato, quando avevo bisogno di giocare. E uno, anche quando ha i capelli bianchi, certe cose non le dimentica. Grazie dottore. Un forte abbraccio. E buon viaggio.

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lunedì, agosto 13, 2007

Ciao








Un caro saluto. Roberta e io partiamo per il Ladakh (Leh e dintorni, un giro dei templi buddhisti), con una puntatina prima in Kashmir (Srinagar). Torniamo il 28. Se non torno, i casi sono due: o mi hanno fatto fuori gli integralisti pachistani, o sono diventato monaco. In ogni caso, voletevi bene.


,-))


Buona vacanza a tutti.

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giovedì, agosto 09, 2007

Meglio tardi che gay?


"Pulizia etnica contro i culattoni". E' l'ultimo colpo di genio dell'ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, il leghista che aveva fatto segare le panchine per evitare che ci si sedessero gli extracomunitari. La logica della destra, quella che non si è mai epurata dalle proprie scorie, è sempre la stessa: il lager.  La stessa di certo comunismo internazionale, se volete, che non ha mai rinnegato Pol Pot, o i gulag, dei talebani che lapidavano i gay negli stadi o degli ayatollah che ancor oggi li fanno impiccare.. 


Rossa o nera che sia, in questo caso addirittura verde, la trovata resta sempre merda. Con un'aggravante: che qui, a mezza bocca, c'è ancora qualcuno pronto a sostenere che, in qualche modo, il ritardato ha comunque un po' di ragione. E a votare lui o uno dei suoi amici, magari l'europarlamentare che voleva i treni con vagoni distinti per bianchi e per neri, come ancor oggi accade in certe scuole, in Virginia. Come dire; facciamo le crociate contro i talebani, però qualcosa ci insegnano anche loro.

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mercoledì, agosto 08, 2007

Bianche




Avete mai sentito di tante morti sul lavoro? Avete mai indagato quanto si spende, in percentuale, oggi, per la sicurezza? Avete mai calcolato quanta gente lavora in nero oggi nei cantieri, su ponteggi a sei metri, senza casco e assicurazioni? C'è qualche politico che, invece di andare a zoccole, ha voglia di mettersi a studiare una proposta di legge in materia?

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venerdì, agosto 03, 2007

Minus habens


Ne ho sentiti di idioti. Ma uno come il sindaco di Montalto, provincia di Viterbo, che paga le spese legali con i fondi del Comune agli 8 baby-stupratori, che in branco si sono divertiti a umiliare e poi a minacciare una quindicenne, mi mancava. C'è in giro un buon avvocato che trovi il modo di sbatterlo in galera? Uno che scopra i retroscena, magari verifichi se, come scrive un quotidiano, secondo la vittima uno dei baby-gangster è addirittura suo nipote...

Sempre che la molla non sia stata finire sui giornali e in tv (in tal caso proporrei la decapitazione).

C'è almeno un avvocato che riesca a mandarlo a lavorare, senza arrecare altri danni alla collettività? Se serve un contributo spese, scommetto che trovo subito qualche migliaio di persone disposte a versare offerte spontanee. Io apro la sottoscrizione.

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domenica, luglio 29, 2007

La notte di Bagdad e quella del giornalismo



A dirla tutta, mi commuove un po' l'idea di questa notte a Bagdad, dove la gente è scesa in strada a festeggiare la clamorosa  vittoria dell'Iraq nella Coppa d'Asia di calcio. La squadra ha battuto in semifinale la Corea del Sud, quella che, per intenderci, ci aveva eliminati dai penultimi mondiali, e in finale l'Arabia Saudita, che certo non deve averla presa troppo bene. Fossi la Gazza locale, forse titolerei: "La rabbia saudita".




Gag a parte, mi commuove l'idea di questa festa, in un teatro di guerra. Paradossale, se si pensa che nei festeggiamenti dopo la vittoria sulla Corea i soliti noti ne hanno approfittato per bombardare la folla e fare 50 vittime. Curdi, sciiti, sunniti e turcomanni, questa notte, festeggiano invece insieme un sogno, incuranti dei rischi. Un sogno che va ben aldilà del risultato sportivo. Mi piacerebbe tornare lì, e soprattutto mi piacerebbe saperne scrivere. Invece non ne sarei in grado, questè è certo: nel mio caso è una storia troppo complessa per essere circondata dalle parole.




Non credo che tornerò mai a Bagdad, come non credo che tornerò a Kabul. Quel che è iniziato da quelle parti andrà avanti troppo a lungo, immagino, perché si possa ipotizzare del turismo, anche se di lavoro, in zona. Oltretutto la mia perplessità nei confronti del giornalismo cresce giorno dopo giorno. la storia dei due elicotteri che si sono scontrati perché si contendevano le immagini di un inseguimento della polizia, mi sembra l'icona perfetta di quello che il mestiere sta diventando. La notizia urlata e la banalizzazione dell'inchiesta hanno fatto il resto.




Ma questa storia, questa magia della notte di festa a Bagdad, dei fuochi d'artificio che si alternano alle granate e alle autobomba, meriterebbe la penna di un Brera, di un Terzani, di un Kapuscinsky o di un Ettore Mo. Gente che ne caverebbe anima, sussurrando. Poesia. Ecco, l'idea di reimbattermi in un reportage del genere, prima o poi, tiene in vita le mie residue speranze in una rappresentazione onesta e del mondo, quello che una volta si chiamava giornalismo. Un mestiere di valore, serio, che si proponeva quantomeno di indagare, in modo attento, la complessità del reale.


Chiedo scusa per lo sfogo, ma il blog viene buono anche per questo. E' che l'idea della festa a Bagdad mi ha emozionato. E l'emozione mi fa sempre tornare alla mente quanto è stata importante, per me, questa passione, che mai, per anni, mi era parsa corruttibile, men che meno connotata dall'effimero. Invece era così, come per tutte le cose umane. O quasi.

Postato da: Tuareg a 23:25 | link | commenti